I rimborsi spese nel regime forfettario

L’incertezza che può manifestarsi ai titolari di partita Iva in regime contabile forfettario è quella se il rimborso delle spese debba essere calcolato come quota facente parte dell’importo del reddito imponibile.

In altre parole, se il rimborso delle spese influisce o meno sul raggiungimento del limite massimo di 65.000,00 euro annui stabilito per la conservazione del regime fiscale agevolato.

Nell’ipotesi in cui debbano essere effettuate delle trasferte per conto di uno o di più clienti che hanno conferito un incarico, possono sorgere alcune domande, come quelle di seguito:

  • le spese di trasferta vengono rimborsate, ma vanno a concorrere alla formazione del reddito imponibile?” ;
  • gli importi percepiti come rimborsi spese, devono essere aggiunti ai ricavi dell’anno in corso?” ;
  • le somme incassate come rimborsi spese, devono essere conteggiati nel raggiungimento del limite dei 65.000,00?” .

Indubbiamente sono tutte domande più che legittime, infatti, per poter proseguire ad usufruire del regime fiscale agevolato, non deve essere superato il limite massimo di compensi e/o di ricavi stabilito in 65.000,00 euro annui.

La tassazione dei rimborsi spese per i contribuenti forfettari

In generale l’ammontare dei rimborsi spese concorrono sia alla formazione del reddito imponibile che al raggiungimento del limite massimo di fatturato di 65.000,00 euro annui fissato per il regime fiscale forfettario.

Gli importi dei rimborsi spese influiscono sia dal punto di vista fiscale che di quello previdenziale, oltre a questo, è anche doveroso tenere in considerazione che lo stesso regime fiscale forfettario non permette di poter portare in deduzione i costi sostenuti per lo svolgimento della propria attività.

In conseguenza di quanto sopra, potrebbe sembrare che l’adesione al regime fiscale forfettario, nell’ipotesi di consistenti rimborsi spese, possa risultare non vantaggioso al titolare della partita Iva agevolata.

In realtà i rimborsi spese possono non andare ad influire sul conteggio del fatturato annuale ai fini del regime fiscale forfettario.

Infatti, nel caso in cui le spese vengano sostenute da parte del titolare della partita Iva forfettaria come anticipazione in nome e per conto del cliente, queste non vanno a concorrere alla formazione del reddito imponibile e neppure contribuiscono al conseguimento del limite massimo dei compensi e/o dei ricavi pari a 65.000,00 euro annui.

Le gestione delle spese di trasferta nel regime forfettario

Possiamo tenere presente che ci sono tre principali tipologie di spese previste, e ciascuna di queste deve essere tenuta in considerazione in forma diversa.

1 – Le spese prepagate dal committente:

  • il cliente fa fronte al pagamento delle spese in maniera anticipata;
  • un tipico esempio è l’acquisto della biglietteria aerea oppure ferroviaria prima della partenza per una trasferta;
  • in questa ipotesi la fattura attribuibile alle spese deve essere intestata al cliente e riportare solamente un riferimento al lavoratore autonomo che procede ad utilizzare il bene oppure il servizio acquistato;
  • di conseguenza, non può trattarsi di una forma di compenso;
  • queste spese non possono prevedere il rimborso dal momento che sono state sostenute in maniera diretta da parte del cliente che ha conferito l’incarico;
  • il titolare della partita Iva agevolata, relativamente a tali spese, non deve procedere all’indicazione di nessuna voce nella propria fattura. 
Rimborsi regime forfettario

2 – Le spese in nome e per conto del committente

  • si può anche verificare che nel corso di una trasferta il pagamento venga sostenuto da parte del lavoratore autonomo, ma che la fattura venga intestata direttamente al cliente;
  • di conseguenza, è il lavoratore autonomo a farsi carico della spesa;
  • i rimborsi concernenti tale tipologia di spese non concorrono in nessun modo alla formazione del reddito imponibile, e neppure contribuiscono al conseguimento del limite massimo di fatturato stabilito per il regime forfettario;
  • in tale ipotesi, si tratta quindi di un ristorno di quanto anticipato in nome e per conto del cliente;
  • alla conclusione della trasferta, il lavoratore autonomo titolare della partita Iva agevolata può procedere alla richiesta del rimborso delle spese sostenute direttamente nella fattura, precisando l’importo ed aggiungendo l’annotazione: “spese anticipate ex art. 15 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972”;
  • in questa circostanza è buona regola allegare anche i documenti fiscali intestati al cliente in modo da documentare gli importi richiesti come rimborso spese;
  • è sostanziale la scelta del criterio di rimborso, infatti i rimborsi di tipo forfettario, quali ad esempio un forfait per ciascuna trasferta, vengono calcolati come ricavi e concorrono sia alla formazione del reddito imponibile che al conseguimento del limite massimo di fatturato stabilito per il regime forfettario. 

3 – Le spese a nome e per conto proprio

  • vengono considerate tali, tutte le spese che risultano intestate e che sono state sostenute da parte del titolare della partita Iva agevolata;
  • al momento dell’addebito al cliente, le stesse concorrono sia alla formazione del reddito imponibile che al conseguimento del limite massimo di fatturato stabilito per il regime forfettario;
  • di conseguenza, gli importi delle spese devono essere compresi nel conteggio sia delle imposte che dei contributi previdenziali. 

Esempio di rimborso spese e regime forfettario:

  • Un professionista è titolare di partita Iva agevolata forfettaria. 
  • Il cliente del professionista gli conferisce un incarico che prevede una trasferta.

Sono possibili due diverse situazioni:

  1. Il professionista concorda e stabilisce con il cliente che tutte le fatture relative alle spese per la trasferta saranno intestate all’azienda cliente, in questo caso il rimborso delle spese non concorre alla formazione dei ricavi e per questo motivo non sarà assoggettato alle imposte ed ai contributi.
  2. Il professionista non fissa degli accordi con il cliente e tutte le fatture relative alle spese per la trasferta saranno intestate e pagate direttamente dal lavoratore autonomo, in questo caso il rimborso delle spese concorre alla formazione dei ricavi e per questo motivo sarà assoggettato alle imposte ed ai contributi.
   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Le aliquote della Gestione Separata 2021

A decorrere dal 1 gennaio 2021 i soggetti che risultano iscritti alla Gestione Separata Inps, sono stati sottoposti ad un aumento dei relativi contributi dovuti. Le nuove aliquote della Gestione Separata Inps 2021 risultano più elevate allo scopo di poter finanziare la nuova IndennitàStraordinaria di Continuità Reddituale e Operativa (ISCRO).

Esattamente la Legge di Bilancio 2021 ha stabilito un incremento dello 0,26% dell’aliquota dei contributi dovuti alla Gestione Separata Inps. Nello specifico è un provvedimento che va a colpire tutti i titolari di partita Iva che non sono iscritti ad altre forme obbligatorie, ovvero i piccoli imprenditori ed i lavoratori autonomi che non hanno una cassa previdenziale.

A stabilire le aliquote, nonché i minimali ed i massimali di reddito per i soggetti iscritti alla Gestione Separata Inps, ha provveduto lo stesso istituto previdenziale attraverso la Circolare n. 12 del 5 febbraio 2021.

Il motivo dell’aumento delle aliquote della Gestione Separata Inps 2021

All’origine del provvedimento di innalzamento delle aliquote relative ai contributi Inps, vi è l’avvio della nuova Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa (ISCRO), vale a dire della “cassa integrazione” per il soggetti titolari di partita Iva.

Quest’ultima viene avviata, in modalità sperimentale, da quest’anno e fino all’anno 2023, in modo da poter dare un sostegno ai piccoli imprenditori ed ai lavoratori autonomi che non hanno una cassa previdenziale.

L’evoluzione delle aliquote della Gestione Separata Inps

Dal momento che l’aumento delle aliquote contributive è da collegare all’introduzione della nuova IndennitàStraordinaria di Continuità Reddituale e Operativa (ISCRO), andiamo a vedere, nei particolari, quali saranno le variazioni dell’aliquota contributiva della Gestione Separata Inps:

  • dal 1 gennaio 2021 l’aliquota da versare è pari al 25,98%;
  • dal 1 gennaio 2022 l’aliquota da versare sarà pari al 26,23%;
  • dal 1 gennaio 2023 l’aliquota da versare sarà pari al 26,74%.

I sopraindicati aumenti sono stati introdotti attraverso l’art. 1, comma 398, della Legge n. 178 del 30 dicembre 2020 (Legge di Bilancio 2021).

Come indicato in precedenza, le motivazioni dell’incremento delle aliquote dei contributi della Gestione Separata Inps sono da individuare nella copertura degli oneri occorrenti per quanto riguarda il finanziamento della nuova Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa (ISCRO), vale a dire della “cassa integrazione” per il soggetti titolari di partita Iva, che ha avuto introduzione tramite l’ultima Legge di Bilancio.

Gestione Separata 2021

Le categorie escluse dall’aumento delle aliquote della Gestione Separata Inps

Ci sono alcune categorie che risultano essere escluse dall’incremento dei contributi della Gestione Separata Inps.

Nello specifico l’aumento dell’aliquota non riguarda i collaboratori coordinati e continuativi:

  • collaboratori senza altra forma previdenziale obbligatoria e né pensionati
  • collaboratori con altra forma previdenziale obbligatoria oppure pensionati

Di conseguenza, l’aumento delle aliquote della Gestione Separata per gli anni 2021, 2022 e 2023, riguarda essenzialmente i piccoli imprenditori ed ai lavoratori autonomi, chiaramente titolari di partita Iva, ma che non hanno una cassa previdenziale.

Le tabelle dei contributi della Gestione Separata Inps 2021

Nel prosieguo vengono riepilogate le varie percentuali dei contributi previsti in base alla categoria di appartenenza.

Per quanto riguarda i soggetti già pensionati oppure assicurati con altre coperture previdenziali obbligatorie l’aliquota per l’anno 2021 viene fissata al 24,00%.

Di conseguenza, le aliquote dovute per la contribuzione alla Gestione Separata Inps per l’anno 2021 sono stabilite come riportato nelle tabelle sottostanti:

Liberi professionistiAliquota 2021
Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie25,98%
Soggetti titolari di pensione o provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria24,00%
Collaboratori e figure assimilateAliquota 2021
Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie per i quali è prevista la contribuzione aggiuntiva DIS-COLL34,23%
Soggetti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie per i quali non è prevista la contribuzione aggiuntiva DIS-COLL33,72%
Soggetti titolari di pensione o provvisti di altra tutela pensionistica obbligatoria24,00%

Il minimale ed il massimale di reddito per l’anno 2021

Relativamente all’anno 2021, il minimale di reddito previsto corrisponde all’importo di 15.953,00 euro.

Ciò evidenzia che, per quanto riguarda i soggetti la cui aliquota è pari al 24,00%, maturerà l’accredito dell’intero anno in conseguenza del contributo annuo pari a 3.828,72 euro.

Relativamente ai soggetti iscritti alla Gestione Separata Inps si fa riferimento all’aliquota maggiore, come nella tabella sottostante:

Reddito minimo annuoAliquotaContributo minimo annuo
15.953,00 euro24,00%3.828,72 euro
15.953,00 euro25,98%4.144,59 euro (Ivs 3.988,25 euro)
15.953,00 euro33,72%5.379,35 euro (Ivs 5.264,52 euro)
15.953,00 euro34,23%5.460,71 euro (Ivs 5.264,52 euro)

Sempre relativamente all’anno 2021, il massimale di reddito previsto corrisponde all’importo di 103.055,00 euro. Ciò evidenzia che le aliquote vengono applicate ai redditi conseguiti da parte dei soggetti che sono iscritti alla Gestione Separata Inps, fino al raggiungimento del limite del massimale.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Plusvalenza su fabbricati, le spese incrementative deducibili

L’Agenzia delle Entrate tramite la Risposta a Interpello n. 204 del 24 marzo 2021, ha effettuato un intervento allo scopo di coordinare il sostenimento delle spese che usufruiscono del superbonus del 110%, di cui all’art. 119 del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020, ed il computo della plusvalenza da redditi diversi di cui agli articoli 67 e 68 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, precisando che:

  • le spese condominiali sostenute pro quota relativamente agli interventi riguardanti il miglioramento sismico;
  • le spese sostenute dal singolo condomino per quanto riguarda la sostituzione dei serramenti interni alla propria unità immobiliare;
  • le spese sostenute per gli interventi di riqualificazione energetica;

rientrano a tutti gli effetti tra le spese incrementative delle quali è possibile tenere conto durante la fase dei conteggi per la determinazione della plusvalenza imponibile prevista dall’art. 68 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Ulteriormente, nell’ipotesi di vendita “infraquinquennale” del fabbricato avente rilevanza ai fini dell’art. 67, comma 1, lettera b), del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, le suddette spese concorrono alla riduzione della plusvalenza imponibile, dal momento che non ha nessuna rilevanza il fatto che per quanto riguarda tali tipologie di spese si sia potuto usufruire del superbonus al 110% previsto dall’art. 119 del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020, nelle varie forma previste:

  • di detrazione dall’Irpef lorda;
  • dello sconto sul corrispettivo;
  • della cessione del credito di imposta a norma dell’art. 121 del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020.

Su questo argomento, è opportuno richiamare la Corte di Cassazione che attraverso la Sentenza n. 16538 del 22 giugno 2018 contraddistingue tra:

  • spese incrementative, ovvero quelle che accrescono il valore del fabbricato;
  • spese per la sola gestione del bene.

Nel caso in questione, le spese correlate ai lavori edilizi in argomento rientrano pienamente tra le spese incrementative e, per questo motivo, possono essere dedotte nel conteggio della plusvalenza imponibile, vale a dire l’importo del corrispettivo ricevuto meno gli importi delle spese sostenute, a prescindere dal fatto che la detrazione si sia convertita:

  • in un mancato pagamento, nel caso in cui sia stata effettuata la scelta per lo sconto in fattura;
  • in denaro, nel caso in cui sia stata effettuata la scelta della cessione del credito.

La vendita di fabbricati generanti plusvalenza

In base a quanto stabilito dall’art. 67, comma 1, lettera b), del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, la vendita di fabbricati dà origine ad un reddito diverso imponibile, nei casi in cui:

  • la vendita venga effettuata entro cinque annidalla costruzione oppure dall’acquisto;
  • il corrispettivo incassato sia superiore al costo storico di acquisto o di costruzione.

Di conseguenza, perché la plusvalenza conseguente dalla vendita di un fabbricato sia considerata imponibile quale reddito diverso, è essenziale che la vendita venga effettuata entro cinque anni dall’acquisto oppure dalla costruzione.

Nell’ipotesi di vendita di un fabbricato acquistato presso terzi, il periodo di cinque anni ha inizio dalla data dell’atto di acquisto ovvero, nel caso fosse diversa oppure successiva, da quella in cui si è generata l’efficacia del trasferimento del diritto reale.

Invece, nell’ipotesi di vendita di un fabbricato costruito dal venditore, anche per mezzo di assegnazione di appalto a terzi per la realizzazione delle opere correlate, ai fini del conteggio del periodo di cinque anni, come decorrenza ha rilevanza quello del termine della costruzione.

Per quanto riguarda il termine conclusivo per il calcolo del periodo di cinque anni ha rilevanza la data nella quale viene stipulato l’atto notarile di vendita del fabbricato, indipendentemente dal momento nel quale viene effettuata la corresponsione del corrispettivo.

Fabbricato

Le regole per la definizione della plusvalenza

Al di fuori dell’esercizio delle attività d’impresa, la vendita di:

  • fabbricati acquistati oppure costruiti da meno di cinque anni;
  • aree edificabili, a prescindere dalla data di acquisto;

può generare plusvalenze soggette a tassazione a norma dell’art. 67, comma 1, lettera b), del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, ad eccezione che non si tratti di fabbricati:

  • pervenuti per successione e quindi ereditati;
  • dell’abitazione principale del contribuente oppure dei suoi familiari.

Secondo quanto stabilito dall’art. 68, comma 1, del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, le suddette plusvalenze sono costituite dalla differenza tra:

  • l’importo del corrispettivo ricevuto nel periodo di imposta;
  • il prezzo di acquisto oppure il costo di costruzione del fabbricato venduto, al quale vanno sommate tutte le spese incrementative riferite al fabbricato stesso.

La determinazione delle spese incrementative inerenti

Per la determinazione delle spese incrementative inerenti, il Consiglio Nazionale del Notariato con lo Studio n. 34-2006/T, paragrafo 8, reputa che dovrebbero avere importanza le spese sostenute dal venditore quando sono essenziali alla vita del bene, ed agli avvenimenti che la contraddistinguono, inclusi gli oneri tributari e le altre spese concernenti la vendita dello stesso, le spese di costruzione, quelle di manutenzione straordinaria, di cui all’art. 3 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 6 giugno 2001, e quelle dirette ad accrescerne il valore.

Al contrario, non dovrebbero esserericomprese tra le spese inerenti al bene venduto quelle che non hanno incidenza diretta sul bene stesso, dal momento che non ne accrescono il valore, quali ad esempio:

  • gli interessi passivi correlati alla costruzione del fabbricato;
  • le commissioni di agenzia sostenute per l’acquisto del fabbricato.

Relativamente alle procedure per il computo della plusvalenza a norma del citato articolo 68, la Corte di Cassazione, richiamando decisioni precedenti, ha proceduto ad affermare, con la Sentenza n. 16538 del 22 giugno 2018, che:

Per spese incrementative, in giurisprudenza, s’intendono quelle spese che determinano un aumento della consistenza economica del bene o che incidono sul suo valore, nel momento in cui si verifica il presupposto impositivo”. Non possono, quindi, essere incluse tra le spese incrementative quelle che non apportano maggior consistenza o maggior valore all’immobile, perché attengono solo alla manutenzione e/o alla buona gestione del bene”.

In conseguenza del suddetto dogma, la Corte di Cassazione in conclusione afferma che:

Sono costi inerenti al bene, in quanto tali deducibili ai fini della determinazione della plusvalenza tassabile, solo quelli che attengono al costo di acquisto (spese notarili, di mediazione, imposte di registro, ipotecarie e catastali, cioè i costi inerenti al prezzo di acquisto (…) o che si risolvono in aumento di valore del bene,perdurante al momento in cui si verifica il presupposto impositivo (ad esempio, le spese sostenute per liberare l’immobile da oneri, servitù ed altri vincoli, oppure le spese che abbiano determinato un aumento della consistenza economica del bene). D’altro canto, non rientrano negli oneri deducibili le spese che attengono alla normale gestione del bene e che non ne abbiano determinato un aumento di valore, perdurante al momento in cui viene realizzata l’operazione imponibile. L’onere della prova della deducibilità del costo grava sul contribuente, che deve dimostrare, non solo di aver sostenuto le spese, ma anche la loro inerenza ed il carattere incrementativo del valore del bene”.

La rilevanza delle spese incrementative

L’Agenzia delle Entrate tramite la Risposta a Interpello n. 204 del 24 marzo 2021, ha precisato che:

  • le spese condominiali sostenute pro quota relativamente agli interventi riguardanti il miglioramento sismico;
  • le spese sostenute dal singolo condomino per quanto riguarda la sostituzione dei serramenti interni alla propria unità immobiliare;
  • le spese sostenute per gli interventi di riqualificazione energetica;

rientrano a tutti gli effetti tra le spese incrementative delle quali è possibile tenere conto durante la fase dei conteggi per la determinazione della plusvalenza imponibile prevista dall’art. 68 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Nel caso in questione, le spese correlate ai lavori edilizi in argomento rientrano pienamente tra le spese incrementative e, per questo motivo, possono essere dedotte nel conteggio della plusvalenza imponibile, vale a dire l’importo del corrispettivo ricevuto meno gli importi delle spese sostenute, a prescindere dal fatto che la detrazione si sia convertita:

  • in un mancato pagamento, nel caso in cui sia stata effettuata la scelta per lo sconto in fattura;
  • in denaro, nel caso in cui sia stata effettuata la scelta della cessione del credito.

Ulteriormente, nell’ipotesi di vendita “infraquinquennale” del fabbricato avente rilevanza ai fini dell’art. 67, comma 1, lettera b), del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, le suddette spese concorrono alla riduzione della plusvalenza imponibile, dal momento che non ha nessuna rilevanza il fatto che per quanto riguarda tali tipologie di spese si sia potuto usufruire del superbonus al 110% previsto dall’art. 119 del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020, nelle varie forma previste:

  • di detrazione dall’Irpef lorda;
  • dello sconto sul corrispettivo;
  • della cessione del credito di imposta a norma dell’art. 121 del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020.
   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

L’iscrizione alla Gestione Separata Inps

La Gestione Separata Inps è stata introdotta, a decorrere dall’anno 1996, dall’art. 2, comma 26, della Legge n. 335 del 8 agosto 1995, conosciuta come “Riforma Dini”, si tratta di un fondo pensionistico idoneo ad ottemperare agli oneri contributivi di alcune categorie di contribuenti ed è finanziato con i contributi previdenziali obbligatori dei lavoratori assicurati.

In particolare, è obbligatoria per i soggetti i quali non hanno un albo oppure una specifica cassa previdenziale di riferimento, ovverosia numerosi liberi professionisti, lavoratori autonomi e collaboratori coordinati e continuativi.

Che cosa è la Gestione Separata

Dall’anno 1996 il sistema contributivo italiano è stato oggetto di una importante riforma, con un nuovo e particolare sistema di calcolo, infatti, a decorrere dal suddetto anno, l’importo delle pensioni per tutti i contribuenti iscritti sarà determinato dall’ammontare dei contributi realmente versati dal lavoratore.

Mediante tale sistema, la Riforma Dini ha assicurato a tutte le categorie di lavoratori, che risultavano esclusi da altre forme contributive, di poter in futuro incassare la pensione.

I soggetti obbligati ad iscriversi alla Gestione Separata

Come detto la Gestione Separata è un fondo previdenziale ai fini pensionistici, la norma che lo ha introdotto stabilisce anche le categorie di coloro che sono obbligati ad iscriversi a questa gestione previdenziale. 

Inizialmente i soggetti obbligati all’iscrizione erano:

  • le categorie residuali di liberi professionisti, per i quali non è stata prevista una specifica cassa previdenziale;
  • della quasi totalità delle forme di collaborazione coordinata e continuativa, che fino ad allora non avevano mai beneficiato di alcuna disciplina specifica, né giuridica, né previdenziale;
  • della categoria dei venditori a domicilio di cui all’art. 36 della Legge n. 426 del 11 giugno 1971.

Con successive disposizioni di legge sono stati assicurati a questa gestione anche:

  • gli spedizionieri doganali senza un contratto da lavoratore dipendente;
  • gli assegni di ricerca;
  • i beneficiari di borse di studio per la frequenza ai corsi di dottorato di ricerca;
  • gli amministratori locali;
  • i beneficiari di assegni per attività di tutorato, didattico-integrative, propedeutiche e di recupero;
  • i lavoratori autonomi occasionali;
  • gli associati in partecipazione;
  • i medici con contratto di formazione specialistica;
  • i prestatori di lavoro occasionale accessorio.
Gestione Separata

I requisiti richiesti per l’iscrizione alla Gestione Separata

Le categorie di soggetti che risultano obbligati ad iscriversi alla Gestione Separata devono essere in possesso di uno dei requisiti di seguito indicati

  • lo svolgimento di una delle suddette attività in maniera prevalente, ma non tassativamente in forma esclusiva, ciò evidenzia che anche nell’ipotesi di doppio lavoro, se quello prevalente risulta equiparabile alle categorie sopraindicate, il soggetto dovrà procedere all’iscrizione alla Gestione Separata;
  • il percepimento di un reddito superiore ai 5.000,00 euro annuali proveniente da una delle attività sopraindicate, anche se la stessa viene svolta in modo occasionale.

Gli aspetti principali

Si sottolinea che la Gestione Separata prevede la quantificazione del trattamento pensionistico sulla base dei contributi versati.

Nello specifico, il lavoratore è obbligato ad effettuare il versamento al fondo in misura pari ad un terzo mentre i rimanenti due terzi sono a carico del committente.

Tuttavia, quanto sopra non ha efficacia per il lavoratore autonomo, in tale ipotesi il professionista, che non risulta iscritto ad alcuna cassa previdenziale, è obbligato ad effettuare il versamento per l’intero ammontare dei contributi dovuti alla Gestione Separata, con l’eventuale l’eccezione della rivalsa 4% da poter richiedere al committente.

Il versamento dei contributi dovuti all’Inps deve essere effettuato esclusivamente utilizzando il Modello F24.

La procedura di iscrizione

La presentazione della domanda di iscrizione alla Gestione Separata Inps è a carico del lavoratore, che è tenuto alla compilazione di un apposito modulo entro il termine di un mese dalla data di inizio dell’attività.

Il modulo della domanda di iscrizione alla Gestione Separata deve essere presentato utilizzando uno dei canali di seguito indicati:

  • tramite l’utilizzazione dei servizi telematici messi a disposizione direttamente sul portale dell’Inps;
  • chiamando il Contact Center Multicanale dell’Inps al numero verde 803164 oppure al numero 06164164;
  • attraverso gli intermediari autorizzati dell’Inps (professionisti, centri di assistenza fiscale, patronati).

La sede territoriale Inps competente viene definita in base alla residenza del lavoratore autonomo oppure della sede del committente.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

La detassazione dei premi di risultato

L’Agenzia delle Entrate con la Risposta a Interpello n. 176 del 16 marzo 2021, ha precisato che la mancanza di rappresentanza sindacale aziendale o di rappresentanza sindacale unitaria non impedisce la detassazione, ossia l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 10% prevista dall’art. 1, comma 182, della Legge n. 208 del 28 dicembre 2015 sulle somme da corrispondere ai dipendenti a titolo di premio di risultato, nel caso in cui queste vengano versate in relazione ad un contratto collettivo aziendale concluso con le sezioni territoriali delle organizzazioni sindacali dei lavoratori più significative a livello nazionale ai sensi dell’art. 51 del Decreto Legislativo n. 81 del 15 giugno 2015, anche se esterne all’azienda.

Sulla materia, l’Agenzia delle Entrate sottolinea come il combinato disposto delle norme di cui alla Legge n. 208 del 28 dicembre 2015, in materia di detassazione dei premi di risultato, e del menzionato art. 51 del Decreto Legislativo n. 81 del 15 giugno 2015, identifichi tra i contratti collettivi riconosciuti ad integrare la disciplina di legge anche i contratti collettivi aziendali conclusi con le sezioni territoriali delle organizzazioni sindacali più significative a livello nazionale e non soltanto quelli conclusi dalle loro RSA (rappresentanza sindacale aziendale) o RSU (rappresentanza sindacale unitaria).

Il caso oggetto dell’istanza di interpello sulla detassazione

Il parere sull’argomento riguardante la detassazione è stato richiesto da parte di una società orientata ad avviare in favore dei propri dipendenti un sistema di retribuzioni premiali correlate agli incrementi degli obiettivi di produttività, di redditività, di qualità, di efficienza e di innovazione.

Nello specifico, la società, che applica il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro Metalmeccanico Aziende Industriali, rammenta che, a norma dell’art. 1, comma 187, della Legge n. 208 del 28 dicembre 2015, l’assegnazione del premio di risultato deve avere luogo in attuazione di contratti aziendali e territoriali conclusi dalle organizzazioni sindacali più significative a livello nazionale di cui all’art. 51 del Decreto Legislativo n. 81 del 15 giugno 2015, con specifico riferimento alle loro rappresentanze aziendali.

Ciò nonostante, viene messo in evidenza come la società:

  • non abbia al proprio interno rappresentanze sindacali aziendali (RSA) o rappresentanze sindacali unitarie (RSU);
  • non risulti iscritta, per propria scelta, a nessuna delle associazioni di categoria datoriale.

Sempre in base di quanto specificato nel quesito, in ambito di zona non risulta essere presente un contratto collettivo territoriale per il settore metalmeccanico al quale la società possa effettuare adesione.

Tutto ciò premesso, la società ritiene che in conseguenza dell’eventuale conclusione di uno specifico accordo collettivo con le sezioni territoriali delle organizzazioni sindacali dei lavoratori “comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” , sia in ogni caso possibile poter usufruire del particolare regime di detassazione regolamentato dall’art. 1, comma 182, della Legge n. 208 del 28 dicembre 2015 e, nel caso in cui venisse approntato un sistema di welfare aziendale, anche il regime fiscale agevolativo previsto dall’art. 51, commi 2 e 3, del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Detassazione aziendale

La Risposta a Interpello dell’Agenzia delle Entrate

Nel dare risposta positiva alla soluzione esposta da parte della società, l’Agenzia delle Entrate rammenta che già tramite la Circolare n. 5/E del 29 marzo 2018, in riferimento all’eventualità di premi di risultato assegnati in mancanza di rappresentanze sindacali aziendali, è stato precisato che l’azienda può in ogni caso fare proprio il contratto collettivo territoriale di settore e, di conseguenza, ricorrendo le condizioni richieste, di poter effettuare l’applicazione dell’imposta sostitutiva sui premi di risultato assegnati in esecuzione del suddetto contratto territoriale.

Al contrario, nel caso in cui non sia stato concluso un contratto territoriale di settore, l’azienda può utilizzare il contratto territoriale che reputa più pertinente alla propria realtà, effettuandone informazione ai lavoratori dipendenti, il quale verrà fatto proprio non soltanto per la previsione agevolativa, ma anche per la regolamentazione degli altri vari aspetti del rapporto di lavoro esistenti tra l’azienda ed i lavoratori dipendenti.

Viene osservato che, in alternativa, il combinato disposto delle norme di cui alla Legge n. 208 del 28 dicembre 2015, in materia di detassazione dei premi di risultato, e del menzionato art. 51 del Decreto Legislativo n. 81 del 15 giugno 2015, identifichi tra i contratti collettivi riconosciuti ad integrare la disciplina di legge anche i contratti collettivi aziendali conclusi con le sezioni territoriali delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale e non soltanto quelli conclusi dalle loro RSA (rappresentanza sindacale aziendale) o RSU (rappresentanza sindacale unitaria).

Di conseguenza, a parere dell’Agenzia delle Entrate, non esistono specifiche ragioni ostative alla possibilità, per la società, di poter procedere all’applicazione dell’imposta sostitutiva del 10% prevista dalla Legge n. 208 del 28 dicembre 2015 sulle somme da corrispondere ai propri lavoratori dipendenti a titolo di premio di risultato e, nel caso in cui venisse approntato un sistema di welfare aziendale, anche il regime fiscale agevolativo previsto dall’art. 51, commi 2 e 3, del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, corrisposte in conseguenza di un contratto collettivo aziendale concluso con le sezioni territoriali delle organizzazioni sindacali dei lavoratori più significative a livello nazionale, anche se esterne all’azienda.

Nella Risposta di Interpello viene ulteriormente precisato che, per assicurare un opportuno coinvolgimento da parte dei lavoratori dipendenti dell’azienda, in similitudine a quanto avviene per quanto riguarda il recepimento del contratto territoriale, il contratto aziendale concluso con le organizzazioni sindacali esterne potrà essere oggetto di una apposita informazione scritta da trasmettere a tutti i lavoratori dipendenti, senza che sia indispensabile l’ottenimento della firma per accettazione da parte di questi ultimi, a condizione che sia presente una procedura che ne possa provare l’avvenuto recapito ai diretti interessati. Concludendo, l’Agenzia delle Entrate evidenzia anche il fatto che un’azienda che non ha rappresentanze sindacali potrebbe anche optare per il recepimento del contratto territoriale di settore concluso in un’altra Regione, ovviamente a condizione che lo stesso abbia compatibilità con la propria e specifica realtà aziendale.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Congedo speciale e bonus baby sitting

In conseguenza dell’emanazione del Decreto Legge n. 30 del 13 marzo 2021 sono state stabilite delle misure sul congedo parentale per:

  • porre un contrasto alla pandemia in corso;
  • dare un sostegno, in modo particolare, alle famiglie interessate:

    • dalla sospensione dell’attività didattica in presenza del figlio;
    • dal contagio da Covid-19 del figlio;
    • dalla quarantena del figlio stabilita dall’Azienda Sanitaria Locale in conseguenza di contagio ovunque verificatosi.

Quale effetto dell’introduzione delle nuove misure restrittive per quanto riguarda la circolazione delle persone, rivolte a contenere ed a contrastare la diffusione del Covid-19, vengono nuovamente presentate delle misure per dare un sostegno in modo particolare alle famiglie con figli obbligati a dover riprendere con la didattica a distanza oppure obbligati a rimanere in quarantena.

Per i motivi sopra esposti, per il periodo dal 13 marzo 2021 fino al 30 giugno 2021, il Decreto Legge n. 30 del 13 marzo 2021 stabilisce:

  • per i lavoratori dipendenti genitori di figli conviventi minori di 16 anni, in alternanza con  l’altro genitore, l’opportunità di poter effettuare la prestazione lavorativa in modalità agile, per una parte oppure per l’intero periodo di sospensione, di contagio oppure di quarantena del figlio;
  • di poter beneficiare del congedo speciale, nel caso in cui non sia possibile attuare lo smart working;
  • l’opportunità di poter beneficiare del bonus baby sitting, per l’importo complessivo di 100,00 euro per ogni settimana, che compete a determinate categorie di lavoratori sia dipendenti che autonomi.
Congedo parentale

Il congedo speciale

L’art. 2, comma 10, del Decreto Legge n. 30 del 13 marzo 2021 ha stabilito, per i genitori lavoratori dipendenti con figlio convivente minore di 16 anni, l’opportunità di svolgere, fino al 30 giugno 2021 ed in modo alternato, la prestazione di lavoro in modalità agile per tutto oppure per una parte del periodo:

  • di sospensione dell’attività didattica in presenza del figlio;
  • di contagio da Covid-19 del figlio;
  • di quarantena del figlio stabilita dall’Azienda Sanitaria Locale, competente per territorio, in conseguenza di contagio ovunque verificatosi.

Nel caso in cui il figlio convivente sia minore di 14 anni e non ci sia la possibilità di svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile, il lavoratore dipendente può beneficiare, sempre fino al 30 giugno 2021 ed in alternanza con l’altro genitore, di un congedo speciale, astenendosi dal lavoro durante tutto oppure una parte dei periodi sopraindicati con diritto alla contribuzione figurativa  e, in sostituzione della retribuzione, al pagamento di un’indennità corrispondente al 50%della retribuzione conteggiata in base a quanto stabilito dall’art. 23, ad esclusione del comma 2, del Decreto Legislativo n. 151 del 26 marzo 2001.

Detta misura viene concessa anche in favore dei genitori di figli con disabilità grave che sia stata accertata a norma dell’art. 4, comma 1, della Legge n. 104 del 5 febbraio 1992, a condizione:

  • che risultino iscritti a scuole di ogni ordine e grado per le quali sia stata ordinata la sospensione dell’attività didattica in presenza;
    • che risultino ospitati in centri diurni a carattere assistenziale per i quali sia stata ordinata la chiusura.

E’ opportuno evidenziare che gli eventuali periodi di congedo parentale previsti dagli articoli 32 e 33 del Decreto Legislativo n. 151 del 26 marzo 2001 beneficiati dal 1 gennaio 2021 al 13 marzo 2021 nel corso dei periodi anzidetti possono essere convertiti, in seguito a domanda, nel suddetto congedo speciale.

Il lavoratore dipendente genitore di figlio con un’età compresa tra i 14 e 16 anni può, al contrario, sempre fino al 30 giugno 2021 ed in alternanza con l’altro genitore, astenersi dal lavoro senza corresponsione di retribuzione o di indennità e senza il riconoscimento della contribuzione figurativa, tuttavia con divieto di licenziamento e con diritto alla conservazione del posto di lavoro.

Per i giorni durante i quali uno dei genitori:

  • effettua la prestazione lavorativa in smart working;
  • beneficia del congedo di cui ai commi 2 e 5;
  • non svolge alcuna attività lavorativa;
  • risulti sospeso dal lavoro;

l’altro genitore non può beneficiare:

  • del suddetto congedo;
  • dell’astensione di cui al comma 5;
  • del bonus di cui al comma 6,

ad eccezione del fatto che sia genitore anche di altri figli minori di 14 anni avuti da altri soggetti che non stiano beneficiando di alcuna delle misure di cui all’art. 2, commi da 1 a 6, del Decreto Legge n. 30 del 13 marzo 2021.

Bonus baby sitter

Il bonus baby sitting

L’art. 2, comma 6, del Decreto Legge n. 30 del 13 marzo 2021, per determinate categorie di lavoratori, sia dipendenti che autonomi, con figli conviventi minori di 14 anni, riconosce, fino al 30 giugno 2021, la possibilità di richiedere uno o più bonus per l’acquisizione di servizi di baby sitting entro il limite massimo di 100,00 euro settimanali da poter usufruire per le prestazioni eseguite nel corso dei periodi:

  • di sospensione dell’attività didattica in presenza del figlio;
  • di contagio da Covid-19 del figlio;
  • di quarantena del figlio stabilita dall’Azienda Sanitaria Locale, competente per territorio, in conseguenza di contagio ovunque verificatosi.

Nello specifico, il bonus compete:

  • ai lavoratori dipendenti del settore sanitario, pubblico e privato accreditato, facenti parte delle categorie dei medici, degli infermieri, dei tecnici di laboratorio biomedico, dei tecnici di radiologia medica e degli operatori socio-sanitari;
  • al personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, occupato per le necessità collegate all’emergenza pandemica da Covid-19;
  • ai lavoratori iscritti alla gestione separata Inps;
  • ai lavoratori autonomi;
  • ai lavoratori autonomi non iscritti all’Inps, solamente in conseguenza alla comunicazione da parte delle casse di previdenza del numero dei beneficiari.

In questo caso, l’erogazione del bonus viene effettuata direttamente dall’Inps, attraverso il Libretto Famiglia.

Quale alternativa, l’erogazione del bonus può essere effettuata direttamente al richiedente, in conseguenza della attestata iscrizione del figlio minore di 14 anni a:

  • centri estivi;
  • servizi integrativi per l’infanzia;
  • servizi socio-educativi territoriali;
  • centri con funzione educativa e ricreativa;
  • servizi integrativi o innovativi per la prima infanzia.

Il beneficio del bonus per i servizi integrativi per l’infanzia non è compatibile con il beneficio del bonus asilo nido previsto dall’art. 1, comma 355, della Legge n. 232 del 11 dicembre 2016. Il bonus baby sitting può essere beneficiato solamente nel caso in cui l’altro genitore non abbia i requisiti per poter accedere alle altre tutele oppure ai congedi o alle astensioni dal lavoro previsti all’art. 2, commi da 1 a 4 del Decreto Legge n. 30 del 13 marzo 2021.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Fatture elettroniche e imposta di bollo

Dallo scorso 15 aprile, sul portale “Fatture e Corrispettivi” dell’Agenzia delle Entrate sono stati inseriti l’Elenco A e l’Elenco B attinenti alle fatture elettroniche emesse nel corso del primo trimestre del 2021.

A tale scopo, l’Agenza delle Entrate ha provveduto alla pubblicazione di un’apposita e sintetica Guida all’imposta di bollo sulle fatture elettroniche che contiene le più significative novità e le istruzioni da poter seguire per la consultazione, per l’eventuale modifica e per l’effettuazione del versamento dell’imposta di bollo dovuta sulle fatture elettroniche.

I due nuovi elenchi

Come detto l’Agenzia delle Entrate ha provveduto ad inserire due nuovi elenchi nel portale Fatture e Corrispettivi, nello specifico si tratta dell’Elenco A e dell’Elenco B, che possono essere consultati dal 15 aprile scorso:

  • Elenco A – non può essere modificato e comprende tutte le fatture elettroniche assoggettate regolarmente all’imposta di bollo;
  • Elenco B – invece può essere modificato e comprende tutte le fatture elettroniche che    non riportano in modo esatto l’imposta di bollo, ma che in base ai dati del documento fiscale, avrebbero dovuto essere assoggettate.

Le eventuali modificazioni ed integrazioni ai due elenchi devono essere effettuate entro e non oltre l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre al quale si riferiscono.  

Di conseguenza, relativamente al primo trimestre 2021, il termine ultimo per poter effettuare modificazioni ed integrazioni all’Elenco B è il 30 aprile 2021.

Come verificare, modificare ed integrare le fatture elettroniche

Entro il giorno 15 del primo mese successivo ad ogni trimestre, l’Elenco A e l’Elenco B di tutti i soggetti titolari di partita Iva che hanno emesso fatture elettroniche, vengono aggiornati e messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate all’interno dell’area riservata del portale Fatture e Corrispettivi.

La consultazione è libera, ma solamente l’Elenco B può essere oggetto di modificazioni e di integrazioni, infatti i soggetti titolari di partita Iva possono procedere con la conferma di quali fatture elettroniche inserite nell’elenco non sono in realtà soggette all’applicazione dell’imposta di bollo.

Oltre a ciò, nell’ipotesi in cui alcune fatture elettroniche non risultino inserite, è possibile poter inserire gli estremi identificativi dei documenti non presenti.

Bollo fatture elettroniche

Come procedere se non sono presenti delle fatture nell’Elenco B

Nel caso in cui il soggetto titolare di partita Iva noti che nell’Elenco B non sono presenti una o più fatture elettroniche da assoggettare all’imposta di bollo, la guida dell’Agenzia delle Entrate, spiega di riscontrare che i documenti fiscali non presenti:

  • siano fatture elettroniche trasmesse al Sistema di Interscambio ed elaborate senza scarto;
  • siano state emesse dal contribuente in qualità di cedente/prestatore oppure, in caso di autofatture, dal contribuente in qualità di cessionario/committente;
  • si riferiscano al trimestre in oggetto.

Inoltre, hanno la possibilità di procedere ad effettuare consultazioni, modificazioni ed integrazioni all’Elenco B anche gli intermediari abilitati che sono in possesso di delega al Cassetto Fiscale o alla Consultazione dei dati che hanno rilevanza ai fini Iva.

Le scadenze per il bollo sulle fatture elettroniche 2021

E’ possibile procedere con l’effettuazione delle modificazioni e delle integrazioni dei dati inseriti nell’Elenco B entro l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre di riferimento.

La prima data di scadenza è il prossimo 30 aprile, in riferimento al primo trimestre, mentre per quanto riguarda il secondo semestre la scadenza del 31 luglio 2021 è prorogata al 10 settembre 2021.

Periodo di riferimentoMessa a disposizione Elenchi A e BData limite modifiche  Elenco BVisualizzazione importo dovuto imposta di bolloScadenza versamento imposta di bollo
1° trimestre15 aprile30 aprile15 maggio31 maggio (*)
2° trimestre15 luglio10 settembre20 settembre30 settembre (**)
3° trimestre15 ottobre31 ottobre15 novembre30 novembre
4° trimestre15 gennaio 202231 gennaio 202215 febbraio 202228 febbraio 2022

(*) Nel caso in cui l’importo dovuto per il primo trimestre non sia superiore ai 250,00 euro, il versamento può essere effettuato entro il 30 settembre.
(**) Nel caso in cui l’importo totale dovuto per il primo e per il secondo trimestre non sia superiore ai 250,00 euro, il versamento può essere effettuato entro il 30 novembre.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Superbonus, la risposta dell’Agenzia delle Entrate

L’Agenzia delle Entrate ritorna, tramite il documento di prassi Risposta a Interpello n. 242 del 13 aprile 2021, sulla normativa riguardante il “Superbonus”, di cui all’articolo 119 del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020, conosciuto come “Decreto Rilancio”, provvedendo ad ampliare le casistiche di beneficio dell’agevolazione.

Non diminuisce, infatti, l’interesse per quella che probabilmente viene considerata la più consistente tra le agevolazioni fiscali, con la conseguenza che proliferano le domande circa il riscontro del possesso dei requisiti per potervi avere accesso. 

La novità rilevante è l’allargamento del beneficio del Superbonus anche per quanto riguarda le spese sostenute per gli interventi che implichino il cambio di destinazione d’uso del fabbricato originario in abitativo, a condizione che:

  • la variazione venga specificata nel provvedimento amministrativo che autorizza l’esecuzione dei lavori;
  • il fabbricato rientri in una delle categorie catastali che sono ammesse al beneficio. 

Di conseguenza è consentito avere accesso al Superbonus sull’accorpamento di più unità immobiliari, ma con limiti di spesa diversi, in base alla tipologia degli interventi.

Il bonus spetta anche per il cambio di destinazione d’uso

L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la nuova Risposta a Interpello n. 242 del 13 aprile 2021, avente come oggetto: “Superbonus – unità residenziale con garage pertinenziale e due unità immobiliari non residenziali attigue, demolizione e ricostruzione senza aumento di volumetria, per ottenere un’unica abitazione con pertinenza – Articoli 119 e 121 del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020 (Decreto Rilancio)”.

Nel caso in questione, l’Istante è comproprietaria insieme al marito di un intero fabbricato composto da una abitazione con relativo garage pertinenziale autonomamente accatastati, e di due unità immobiliari non residenziali, accatastate nelle categorie C/2 e C/6 “attigue”, manifesta l’intenzione di procedere alla demolizione ed alla successiva ricostruzione, “senza aumento di volumetria”, allo scopo di ottenere una unica abitazione con relativa pertinenza.

L’Agenzia delle Entrate, circa il presupposto che gli interventi di demolizione e di successiva ricostruzione rientrino tra quelli di ristrutturazione edilizia di cui all’art. 3, comma 1, lettera d), del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 6 giugno 2001, come risultante dal titolo amministrativo e che siano valide tutte le condizioni previste dalla norma in esame, ritiene che l’Istante potrà beneficiare del Superbonus secondo le modalità di seguito riportate:

  • per quanto riguarda gli interventi antisismici, di cui all’art. 119, comma 4, del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020 (Decreto Rilancio), il limite della spesa è pari a 96.000,00 euro per ognuna delle tre unità immobiliari che costituiscono l’edificio prima dell’inizio dei lavori, i fabbricati classificati nelle categorie C/2 e C/6 e l’abitazione con la relativa pertinenza, unitariamente considerate;
  • per quanto riguarda gli interventi di riqualificazione energetica, di cui all’art. 119, commi 1 e 2, del Decreto Legge n. 34 del 19 maggio 2020 (Decreto Rilancio), il limite della spesa, riferito ad ognuno degli interventi agevolabili, sia “trainanti” che “trainati”, viene conteggiato con riferimento solamente all’unità abitativa, trattandosi dell’unico fabbricato provvisto di preesistente impianto di riscaldamento.
Bonus ristrutturazione casa

Il Superbonus semplificato

La citata Risposta a Interpello da parte dell’Agenzia delle Entrate fa seguito ad altre novità proposte sull’argomento delle detrazioni fiscali per interventi edilizi e superbonus, previsti dal Recovery Plan in base alle nuove linee guida approvate dalla Camera e dal Senato, sulla base delle quali il Consiglio dei Ministri imposterà la versione definitiva del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR).

Nello specifico le principali proposte prevedono:

  • meno aliquote ed un’unica detrazione fiscale al 75%;
  • applicazioni graduate in funzione del livello di efficienza energetica raggiunta dall’edificio;
  • più beneficiari ammessi al bonus;
  • eliminazione di ogni impedimento burocratico al fine di ottenere vantaggi di snellimento e di semplificazione delle procedure;
  • una struttura per facilitare in maggior misura queste tipologie di lavori dal punto di vista economico
  • creazione di un unico portale per poter gestire lo scambio, la vendita e la cessione del credito fiscale maturato in conseguenza dei lavori di riqualificazione energetica.

In particolare, nella relazione si legge testualmente:

La misura del Superbonus del 110% deve essere semplificata e prorogata nel tempo e, comunque, al fine di facilitare l’immissione anche di capitale e risparmio privato in un ampio processo di rigenerazione urbana, appare opportuno razionalizzare tutti gli altri bonus esistenti per le ristrutturazioni e per l’efficientamento energetico degli edifici sotto un’unica aliquota al 75%, modificando l’art. 16-bis del Testo Unico delle Imposte sui Redditi di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, prevedendo anche per questi la durata della detrazione in cinque anni.”

Il Ministro della Transizione Ecologica, ha preso in esame l’argomento relativo alla semplificazione delle procedure riferendo:

Occorrerà trovare un adeguato punto di equilibrio tra una semplificazione necessaria delle procedure di accesso al superbonus e la lotta al fenomeno dell’abusivismo. Mi impegno a parlarne al più presto con i ministeri coinvolti, visto che potrebbe essere considerata una revisione coordinata del sistema delle detrazioni fiscali a oggi esistente con un approccio integrato che consentirebbe di ottimizzare tempi e costi degli interventi”.

E’ anche in corso di valutazione l’ipotesi di riunire sotto un’unica aliquota del 75%, con detrazione in 5 anni, le tipologie di interventi di seguito indicati:

  • bonus ristrutturazioni;
  • bonus mobili;
  • sismabonus;
  • bonus verde;
  • bonus facciate;
  • ecobonus;
  • bonus idrico;
  • bonus colonnine.
   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Superbonus, la detrazione sarà del 75%

Sono in arrivo delle novità anche per quanto riguarda il Superbonus edilizio che sta per essere sottoposto a delle modificazioni, infatti il Parlamento sta effettuando, tra le altre, la valutazione circa l’introduzione di un’aliquota unica al 75% per tutti i bonus ristrutturazione e questo significa che il Superbonus non coprirà più la totalità dei costi degli interventi edilizi, ma solamente il 75%.

Intanto la notizia positiva è che l’agevolazione è stata ufficialmente prorogata fino a tutto l’anno  2023, di conseguenza ancora per qualche anno sarà possibile eseguire gli interventi  edilizi senza sostenerne la spesa.

Nel prosieguo andiamo a riassumere quali saranno le novità che potrà portare l’introduzione di un’aliquota unica sia per i vari bonus ristrutturazione che per il Superbonus.

In arrivo alcune modifiche del Superbonus

Al momento, i soggetti che intendono effettuare delle ristrutturazioni dei propri fabbricati abitativi possono beneficiare di varie tipologie di agevolazioni messe a disposizione dallo Stato per l’esecuzione degli interventi edilizi.

Infatti, oltre al Superbonus sono in vigore, solo per citarne alcuni: il bonus facciate, il bonus caldaia, il bonus mobili, il bonus rubinetti, il bonus verde, ecc., tutti questi incentivi concedono percentuali diverse di detrazione in base alla tipologia dell’intervento edilizio.

In conseguenza dell’annunciato programma di semplificazione, successivamente alla scadenza del Superbonus, adesso prorogata fino a tutto l’anno 2023, tutte queste agevolazioni potrebbero essere sottoposte a delle modificazioni con l’introduzione di un’aliquota unica al 75%.

Ciò significa che, se venisse aumentata la percentuale di detrazione di alcuni bonus, quale ad esempio il bonus mobili che è pari al 50% delle spese, nel contempo verrebbe diminuita la detrazione per altre agevolazioni, infatti facendo riferimento al Superbonus ed al bonus facciate, gli stessi non coprirebbero più la totalità ed il 90% delle spese, ma solamente il 75%.

Tuttavia il Parlamento ha preannunciato che dovrebbe essere modificate anche le modalità di ammissione ai bonus che diverrebbero più rapide e semplici e non viene neppure escluso l’accorpamento di tutti i bonus attualmente in vigore in un solo grande ed unico bonus ristrutturazione del 75%.

Superbonus edilizia

Si abbasserà la detrazione del bonus, che coprirà il 75% delle spese

Attualmente le modalità per la realizzazione del Superbonus sono alquanto complesse e non solamente  per gli oltre quaranta moduli che devono essere presentati, ma anche per quanto riguarda i requisiti di accessibilità, sulla base dei dati raccolti risulta, infatti, che solamente un richiedente su dieci riesce ad ottenere l’agevolazione.

In tal senso il Parlamento preannuncia che l’istituzione dell’aliquota unica di detrazione faciliterà anche le modalità per accedere al contributo, che risulterà meno selettivo nonostante la riduzione della detrazione.

Comunque, si deve tenere in considerazione che in questo momento tra i vari bonus ristrutturazione i due che comportano la detrazione più elevata sono il Superbonus ed il bonus facciate, che risultano anche quelli che offrono uno sconto sugli interventi edilizi più vasti e più dispendiosi, al contrario, quelli che comportano un’aliquota della detrazione al 50% oppure al 60%, nella pratica prevedono interventi meno importanti.

Come conseguenza, l’introduzione dell’aliquota di detrazione unificata al 75% in effetti andrebbe a diminuire la detrazione proprio dei due bonus che concedono gli importi più rilevanti, pertanto la circostanza deve essere attentamente esaminata per poter valutare che ci siano realmente benefici a favore dei contribuenti.

In quale modo varieranno i requisiti per l’accesso al Superbonus

Gli  specialisti  del settore, ormai varie volte, hanno evidenziato che la complessità della procedura per il Superbonus finisce per manifestare incoerenze e difficoltà.

Uno dei casi è quello che riguarda il titolo abitativo, il cui certificato viene richiesto per l’applicazione del bonus ed in mancanza del quale si verifica l’esclusione, tuttavia la questione è che il titolo abitativo per talune tipologie di fabbricati residenziali non esiste.

Nello specifico si deve fare riferimento agli edifici, situati nei centri urbani, che sono stati costruiti nell’anno 1942 e di tutti gli edifici, situati al di fuori dei centri urbani, che sono stati costruiti prima dell’anno 1967, che sono categorie di edifici per i quali il titolo abitativo non era previsto dalla legge.

Il titolo abitativo, vale a dire lo stato legittimo dell’edificio, in alcuni casi può essere ricostruito da chi prende in carico i lavori di intervento edilizio, ma tale operazione richiede una sproporzionata quantità di tempo per l’effettuazione delle ricerche e non sempre risulta effettuabile.

Si rilevano poi tutta una serie di questioni legali e di incoerenze giuridiche di rilevante complessità che riguardano il Superbonus. 

A titolo di esempio, alcuni esperti hanno fatto osservare come di fatto il Superbonus non possa essere concesso nei confronti dei soggetti che non hanno redditi imponibili, poiché questi non sono nominabili per una detrazione Irpef oppure per il credito di imposta, di conseguenza gli esperti si domandano per quale motivo un soggetto che dal punto di vista fiscale risulti a carico di un altro, non possa imputare a quest’ultimo anche la detrazione del Superbonus e debba quindi essere escluso dall’agevolazione.

A tutta questa reale complessità dovrebbe dare risposta la detrazione con l’aliquota unica del 75% per tutti i bonus ristrutturazione, che dovrebbe essere associata anche ad una riforma del Superbonus che faciliti i requisiti di accessibilità.

Tuttavia, con la detrazione all’aliquota del 75%, si assisterà necessariamente ad una riduzione dell’importo assegnato a titolo di sconto.

Ristrutturazione condomini

Il meccanismo del Superbonus fino all’anno 2023

Comunque è da tenere in considerazione che, se anche la proposta dell’introduzione dell’aliquota unica per tutti i bonus ristrutturazione venisse approvata, la stessa entrerebbe in vigore soltanto posteriormente alla scadenza del Superbonus.

In sostanza, fino alla data del 31 dicembre 2023 potremo ancora beneficiare dello sconto dell’ammontare totale sugli interventi edilizi, mentre successivamente è ancora tutto da comprendere, anche se ci sarebbe in programma una eventuale riduzione della detrazione al 75%.

In questo frattempo i soggetti che intendono avvalersi dell’agevolazione, prima che giunga a scadenza, devono tenere presente che possono essere realizzate solamente alcune tipologie di interventi edilizi

Lo sconto può essere richiesto come detrazione di imposta oppure, in alternativa, la ditta esecutrice dei lavori può anticipare il costo e procedere poi all’applicazione di uno sconto in fattura, per richiedere successivamente il rimborso del Superbonus mediante l’attribuzione di un credito di imposta.

Oltre a questo, per poter avere accesso al Superbonus i lavori di intervento edilizio devono avere inizio tra il 1 luglio 2020 ed il 30 giugno 2022.

Un’unica eccezione è quella relativa ai condomìni, che possono avvalersi di ulteriori sei mesi, ossia fino al  31 dicembre 2022, a condizione che entro il 30 giugno 2022 abbiano ultimato almeno il 60% dell’intervento edilizio.

Il Superbonus va a coprire il costo di alcune tipologie di interventi che la normativa definisce “principali”, una volta compiuti questi, il beneficiario ha il diritto di beneficiare dell’agevolazione anche per il compimento di lavori di natura aggiuntiva.

I lavori definiti principali e da considerarsi obbligatori per avere il diritto di beneficiare della detrazione sono la creazione del cappotto termico per l’edificio, l’adeguamento sismico ed il rifacimento degli impianti di climatizzazione invernale. Nel caso della presenza anche di uno solo dei suddetti interventi edilizi, si può procedere a richiedere la detrazione per l’installazione di infissi, di pannelli fotovoltaici, di colonnine di ricarica per i veicoli elettrici e per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Lavoratori impatriati, le agevolazioni di questo regime

L’Agenzia delle Entrate tramite il Provvedimento Direttoriale n. 60353 del 3 marzo 2021, ha precisato le regole per poter esercitare la scelta ai fini del prolungamento di ulteriori cinque periodi d’imposta del regime previsto per i lavoratori impatriati, disciplinato dall’art. 5, comma 2-bis, del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, come successivamente modificato dall’art. 1, comma 50, della Legge n. 178 del 30 dicembre 2020.

Sia i lavoratori dipendenti che i lavoratori autonomi esercitano la scelta attraverso il versamento, da effettuare in un’unica soluzione, di un importo pari al 5% o al 10% dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia, concernenti il periodo d’imposta precedente a quello nel quale viene effettuato l’esercizio della scelta.

L’importo dovuto deve essere versato come di seguito indicato:

  • tramite il Modello F24, con specifica esclusione di poter utilizzare la compensazione prevista dall’art. 17 del Decreto Legislativo n. 241 del 9 luglio 1997, con una successiva Risoluzione verrà istituito il codice tributo;
  • entro il giorno 30 giugno dell’anno successivo a quello nel quale si conclude il primo periodo di beneficio dell’agevolazione prevista dall’art. 16 del Decreto Legislativo n. 147 del 14 settembre 2015.

Nel caso in cui il primo periodo di beneficio dell’agevolazione sia terminato il giorno 31 dicembre 2020, il versamento deve essere effettuato entro il giorno 30 agosto 2021, ossia 180 giorni dalla data di pubblicazione del sopraindicato Provvedimento.

Le disposizioni normative ed i requisiti per i lavoratori impatriati

Come norma generale, l’agevolazione viene applicata per cinque periodi d’imposta, con decorrenza dall’anno nel quale la residenza fiscale viene trasferita in Italia.

Per mezzo dell’art. 1, comma 50, della Legge n. 178 del 30 dicembre 2020, tramite l’introduzione del comma 2-bis nell’art. 5 del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, è stata aggiunta la possibilità, anche per i vecchi lavoratori impatriati, di allargare il beneficio per ulteriori cinque periodi d’imposta, allo stesso modo di quanto già previsto dall’art. 16, comma 3-bis, del Decreto Legislativo n. 147 del 14 settembre 2015 per i nuovi lavoratori impatriati.

Per poter avere accesso ai benefici in argomento, i soggetti interessati devono:

  • essere stati iscritti all’AIRE oppure, in alternativa, essere cittadini di Stati membri dell’Unione Europea;
  • avere trasferito la residenza prima dell’anno 2020;
  • essere già beneficiari, alla data del 31 dicembre 2019, delle agevolazioni per i lavoratori impatriati.

La suddetta disposizione, tuttavia, non può essere applicata agli sportivi professionisti di cui alla Legge n. 91 del 23 marzo 1981.

L’allargamento è condizionato all’effettuazione del versamento di un importo pari al 5% o al 10% dei redditi di lavoro sia dipendente che autonomo prodotti in Italia e oggetto dell’agevolazione, concernenti il periodo d’imposta precedente a quello nel quale viene effettuato l’esercizio della scelta.

Questo obbligo deve essere comparato all’intero reddito globalmente prodotto dalla persona e non soltanto sul reddito agevolato, come precisato nelle risposte dell’Agenzia delle Entrate nel corso di Telefisco 2021.

Pagamenti lavoratori impatriati

Le modalità ed i termini per il versamento della quota

Come già riportato in precedenza, il versamento dell’importo dovuto deve essere effettuato come di seguito indicato:

  • tramite il Modello F24, con specifica esclusione di poter utilizzare la compensazione prevista dall’art. 17 del Decreto Legislativo n. 241 del 9 luglio 1997, con una successiva Risoluzione verrà istituito il codice tributo da riportare in fase di versamento e verranno emanate le istruzioni per la compilazione del Modello F24;
  • entro il giorno 30 giugno dell’anno successivo a quello nel quale si conclude il primo periodo di beneficio dell’agevolazione prevista dall’art. 16 del Decreto Legislativo n. 147 del 14 settembre 2015.

Nel caso in cui il primo periodo di beneficio dell’agevolazione sia terminato il giorno 31 dicembre 2020, il versamento deve essere effettuato entro il giorno 30 agosto 2021, ossia 180 giorni dalla data di pubblicazione del sopraindicato Provvedimento.

La richiesta e la comunicazione dell’opzione

Al fine dell’ottenimento dell’applicazione dei benefici:

  • i lavoratori dipendenti devono presentare una richiesta scritta al datore di lavoro entro i termini sopraindicati;
  • i lavoratori autonomi devono effettuare la comunicazione della scelta in questione nel modello della dichiarazione dei redditi concernente il periodo di imposta nel quale hanno eseguito il relativo versamento.

Gli adempimenti da parte del sostituto d’imposta per i lavoratori impatriati

Di conseguenza, i sostituti d’imposta procedono ad operare le ritenute sul 50% delle somme e valori imponibili di cui all’art. 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, nell’ipotesi di lavoratori che, al momento dell’esercizio della scelta, abbiano comunicato almeno un figlio minorenne a carico, anche in affido preadottivo, oppure che siano divenuti proprietari di un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia in un secondo tempo rispetto al trasferimento oppure nei dodici mesi antecedenti al trasferimento ovvero che ne diventino proprietari entro diciotto mesi dalla data di esercizio della scelta.

Diversamente, i sostituti d’imposta procedono ad operare ritenute nel limite del 10% del loro ammontare nell’ipotesi di lavoratori che, al momento dell’esercizio della scelta, abbiano comunicato almeno tre figli minorenni a carico, anche in affido preadottivo, oppure che siano divenuti proprietari di un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia in un secondo tempo rispetto al trasferimento oppure nei dodici mesi antecedenti al trasferimento ovvero che ne diventino proprietari entro diciotto mesi dalla data di esercizio della scelta. Alla fine dell’anno oppure alla cessazione del rapporto di lavoro, i sostituti d’imposta procedono ad effettuare il conguaglio tra le ritenute operate e l’imposta dovuta sull’importo totale degli emolumenti, diminuito alla percentuale indicata, erogato a decorrere dal giorno 1 gennaio dell’anno di riferimento.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com