Limitazioni dei contanti e detrazioni Irpef tracciabili

La Legge di Bilancio 2020, Legge n. 160 del 27 dicembre 2019, ha modificato in maniera ulteriore le limitazioni per l’utilizzazione del denaro contante, il divieto di pagamento in contanti e la tracciabilità del pagamento delle spese detraibili Irpef al 19%.

Le limitazioni dei contanti ed il loro utilizzo

Sulla base della normativa attualmente in vigore, le limitazioni per l’utilizzazione dei contanti sono quelli di seguito indicati:

  • 3.000,00 euro quale limite per i pagamenti in contanti;
  • 1.000,00 euro quale limite giornaliero di prelevamento in contanti dal conto corrente;
  • 5.000,00 euro quale pagamento in contanti in un mese dal conto corrente.

Con la Legge di Bilancio 2020 le limitazioni per l’utilizzazione del denaro per i pagamenti in contanti sono state variate. Esattamente, a partire dal 1 luglio 2020, il limite per i pagamenti in contanti sarà abbassato a 2.000,00 euro.

L’importo subirà una successiva diminuzione a partire dal 1 gennaio 2022, di conseguenza da tale data in poi il limite sarà fissato a 1.000,00 euro.

Le suddette limitazioni all’utilizzazione dei contanti comportano che:

  • inizialmente, dal 1 luglio 2020, fino all’importo di 1.999,99 euro, e successivamente, dal 1 gennaio 2022, fino all’importo di 999,99 euro, sia possibile eseguire i pagamenti in contanti da un soggetto ad un altro;
  • inizialmente, dal 1 luglio 2020, dall’importo di 2.000,00 euro in poi, e successivamente, dal 1 gennaio 2022, dall’importo di 1.000,00 in poi, sia obbligatorio procedere all’utilizzo di strumenti tracciabili quali assegno bancario, assegno circolare, bonifico bancario, carta di credito, ecc., per poter eseguire pagamenti da un soggetto ad un altro.

La progressiva diminuzione del denaro circolante

Queste nuove limitazioni per l’utilizzazione dei contanti determineranno una graduale e progressiva diminuzione del denaro circolante. Difatti, dal 1 luglio 2020, qualunque trasferimento di denaro da un soggetto ad un altro per un importo superiore ai 1.999,99 euro, e successivamente, dal 1 gennaio 2022, per un importo superiore ai 999,99 euro, dovrà essere effettuata medianti canali tracciabili quali assegno bancario, assegno circolare, bonifico bancario, carta di credito, ecc..

Tutte queste limitazioni vengono poste al chiaro scopo di favorire la tracciabilità dei pagamenti quale strategia di lotta all’evasione fiscale, è evidente che il pagamento tracciabile delle spese farà automaticamente sorgere l’obbligo dell’emissione del documento fiscale ai soggetti che effettuano le prestazioni. E’ comunque obiettivamente difficoltoso comprendere se le suddette misure saranno efficaci ai fini della prevenzione dell’evasione fiscale.

Appare evidente che con i pagamenti tracciabili, il soggetto che percepisce l’accredito sarà obbligato alla emissione del correlato documento fiscale e ciò allo scopo di evitare di essere assoggettato ad un potenziale controllo da parte degli Uffici dell’Amministrazione Finanziaria.

E’ in ogni caso da dover effettuare una doverosa riflessione, infatti, anche nell’eventuale ipotesi in cui il soggetto che effettua la prestazione provveda immediatamente ad emettere il regolare documento fiscale, provveda alla immediata trasmissione dello stesso al Sistema di Interscambio e provveda a consegnare la copia di cortesia al cliente, ma, in completo e totale accordo con cliente, incassi in contanti il relativo importo, ovviamente nel caso in cui questo sia al di sotto dei limiti previsti, non andrebbe a commettere nessuna violazione alle normative vigenti, sia dal punto di vista fiscale che del riciclaggio, l’unica penalizzazione la subirebbe il cliente che non potrebbe usufruire della detrazione Irpef se la tipologia di spesa rientra nell’elenco di quelle che hanno l’obbligo del pagamento tracciato.

Limitazioni denaro contante

Le sanzioni previste per coloro che eludono le limitazioni sui contanti

Nel caso in cui si verifichi la mancata osservanza del limite dei contanti, la sanzione amministrativa applicabile varia da un minimo di 3.000,00 euro fino ad un massimo di 50.000,00 euro. La violazione riguarda tutti i soggetti che risultano implicati e di conseguenza, sia il soggetto che cede il denaro, sia il soggetto che lo riceve.

Quanto sopra riguarda anche i casi relativi alle donazioni ed ai prestiti, tra chiunque effettuati, anche tra familiari e parenti. La limitazione non considera sia il versamento che il prelevamento effettuati per cassa in contanti dal proprio conto corrente poiché in questi casi non può trattarsi di un trasferimento tra soggetti diversi.

La tracciabilità delle spese ai fini delle detrazioni Irpef

La restrizione sulle limitazioni dei contanti, che è stata inserita dalla Legge di Bilancio 2020, ha variato notevolmente anche le modalità per le detrazioni del 19% delle spese ai fini dell’Irpef. In seguito alle innovazioni entrate in vigore dal 1 gennaio 2020, per poter beneficiare delle detrazioni ai fini dell’Irpef, è obbligatorio che il pagamento delle spese sia tracciato.

In conseguenza di quanto sopra, a partire da quest’anno devono essere tracciabili i pagamenti delle spese di seguito indicate:

  • mediche e mediche specialistiche;
  • addetti all’assistenza personale nei casi di non autosufficienza;
  • funebri;
  • interessi passivi mutui prima casa;
  • intermediazioni immobiliari per abitazione principale;
  • spese relative a beni soggetti a regime vincolistico;
  • assicurazioni rischio morte e infortuni;
  • erogazioni liberali;
  • frequenza scuole e università;
  • canoni locazione studenti universitari fuori sede;
  • attività sportive per ragazzi;
  • abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale ed interregionale;

Per effetto della suddetta nuova disposizione normativa, con decorrenza dall’anno 2020, tutte le sopraindicate spese detraibili al 19% dall’Irpef, a norma dell’art. 15 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, da indicare nella dichiarazione dei redditi, non potranno più essere pagate con l’utilizzazione del contante.

Le spese che rimangono detraibili anche se pagate in contanti

Tuttavia possono ancora essere pagate in contanti, ed essere detratte ai fini dell’Irpef le spese di seguito specificate:

  • gli acquisti di medicinali e di apparecchiature medicali, in questo caso all’Amministrazione Finanziaria i dati tracciati arriveranno comunque tramite scontrino parlante;
  • le prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche oppure dalle strutture private che risultano essere accreditate e convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale.

Per le prestazioni effettuate presso gli ospedali e le strutture pubbliche sarà invece necessario effettuare il pagamento con metodo tracciabile.

Infine è da evidenziare che il fatto di ottenere il beneficio fiscale non è obbligatorio, ma facoltativo, di conseguenza il contribuente può anche liberamente decidere di effettuare il pagamento in contanti senza poi poter usufruire della detrazione .

Le spese tracciabili mediante ricevuta cartacea

E’ da osservare che il percorso di dematerializzazione degli adempimenti fiscali non è stato ancora totalmente completato, al contrario le nuove normative inseriscono nuovi oneri di natura cartacea. Quanto sopra significa che, anche per quanto riguarda i pagamenti delle spese effettuati mediante metodi digitali e tracciabili, per poter beneficiare delle detrazioni in dichiarazione dei redditi, sarà obbligatoria la conservazione per cinque anni dei documenti cartacei.

A solo titolo di esempio, nel caso in cui venga effettuato il pagamento mediante bancomat di una delle spese per le quali sussiste l’obbligo dell’utilizzazione di un metodo tracciabile, non sarà sufficiente la conservazione di una copia del documento fiscale rilasciato, ma dovrà essere conservata anche la copia del pagamento POS oppure di un altro giustificativo della spesa quale l’estratto conto.

Per poter beneficiare delle detrazioni del 19% ai fini dell’Irpef diviene fondamentale il fatto di dover fornire all’Amministrazione Finanziaria una prova dello strumento di pagamento tracciato che è stato utilizzato. A tale scopo è sicuramente consigliabile far inserire, nel documento fiscale rilasciato da parte del prestatore, attraverso quale sistema è stato effettuato il pagamento.

E’ importante tenere in considerazione che da adesso in poi il soggetto che effettua il pagamento deve coincidere con il soggetto che beneficia della detrazione fiscale, di conseguenza la carta di credito utilizzata o il conto corrente dal quale viene effettuato il bonifico devono essere intestati al soggetto che ha ricevuto la prestazione, possono fare eccezione solamente le spese relative ai familiari a carico che non hanno ancora la maggiore età.

Spese mediche 2020

Il bonus per i pagamenti effettuati mediante moneta elettronica

L’art. 1, comma, 288 della Legge di Bilancio 2020, allo scopo di dare un ulteriore incentivo all’utilizzazione di strumenti di pagamento elettronici, ha stabilito un bonus in denaro in favore dei soggetti che solitamente eseguono acquisti mediante moneta elettronica, a condizione che ciò avvenga al di fuori dell’attività di impresa o dell’esercizio della professione.

L’obbligo dei pagamenti tracciabili dovrebbe slittare di tre mesi

Al momento della stesura della presente informativa l’orientamento del Consiglio dei Ministri si sta indirizzando verso la concessione di tre mesi di tempo per potersi adeguare alle innovazioni sull’obbligo dei pagamenti tracciabili per poter usufruire delle detrazioni fiscali.

Infatti, stando alle ultime novità, è in fase di discussione in Parlamento un emendamento al Mille Proroghe per poter concedere tre mesi di tempo ai contribuenti per potersi adeguare adeguarsi agli importanti cambiamenti e, se verrà inclusa la variazione presentata con detto Decreto Mille Proroghe, l’obbligo della tracciabilità dovrebbe partire dal 1 aprile 2020.

Di conseguenza per le detrazioni fiscali dovremmo avere ancora un po’ di tempo per adeguarci alle nuove disposizioni normative relative alla tracciabilità dei pagamenti. Il tutto dal momento che non è stata data un capillare informazione disorientando così i contribuenti che, in molti casi inconsapevoli, dal 1 gennaio 2020 hanno continuato a pagare in contanti le spese che invece hanno l’obbligo del pagamento tracciabile.

Per questo motivo, nel caso in cui venga concesso lo slittamento, tutte le spese soggette a detrazione, comprese quelle mediche e sanitarie, saranno ammesse per beneficiare delle agevolazioni fiscali anche nel caso in cui siano state pagate in contanti fino al 31 marzo 2020.

La proroga richiesta dalla Consulta dei Caaf sulle limitazioni dei contanti

L’emendamento che potrà decretare la proroga dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti delle spese detraibili è stato presentato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha pertanto raccolto la richiesta della Consulta dei Caaf, la quale aveva avanzato le proprie perplessità sulle limitazioni dei contanti innanzitutto per quanto ha riguardato la mancanza di un’adeguata informazione e di un corrispondente aggiornamento sia per i contribuenti che per le strutture.

Tuttavia, come detto in precedenza, non c’è ancora l’ufficialità, anche perché all’interno del Consiglio dei Ministri sono in essere alcuni dissensi.

Ciò nonostante risultano comunque in gioco le detrazioni fiscali delle quali tutti i contribuenti che, per vari motivi, hanno pagato, e pagheranno, le spese in contanti nel primo trimestre del 2020, non potranno beneficiare nella dichiarazione dei redditi 2021 relativa all’anno 2020.

Una volta superata questa difficoltà, l’emendamento sarà poi esaminato dalle Commissioni Bilancio e Affari Costituzionali alla Camera dei Deputati.

Utilizzo contanti

E’ ancora molto diffuso l’utilizzo dei contanti

A questo punto si riesce ad intravvedere una soluzione per tutti i contribuenti che non si adegueranno alla innovazione quest’anno. Si cercherà di persuadere il contribuente ad effettuare pagamenti solamente con sistemi tracciabili in modo da non fargli perdere il diritto alle detrazioni fiscali. Un problema non di poco conto per un Paese abituato all’utilizzo dei contanti ed a tutt’oggi un po’ in ritardo rispetto ad altri Paesi Europei nei sistemi di pagamento elettronici.

Infatti dal Rapporto Ambrosetti presentato nel 2019, risulta che il “Cashless Society Index 2018 riguardante l’Italia permane fermo al sestultimo posto in Europa, esattamente in 23ma posizione su 28 Paesi, con un punteggio di 3,5 che risulta superiore solamente a quello raggiunto da Ungheria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria.

Viceversa si confermano ai vertici i Paesi del Nord Europa, nel dettaglio la Danimarca al primo posto con un punteggio di 8,3 che risulta stabile rispetto alle precedenti edizioni 2016 e 2017, seguita dalla Svezia con 7,6 e dalla Finlandia con 7,4.

Il concreto rischio insuccesso della precompilata 2021

Oltre al fatto dell’istituzione della riforma, esiste il notevole rischio di un insuccesso che possa subire la precompilata 2021 dal momento che l’Agenzia delle Entrate ancora non è in grado di poter identificare le modalità di pagamento utilizzate da parte del contribuente. La risoluzione di questo problema non sarà certo semplice, infatti le imprese ed i professionisti dovranno fare in modo che i pagamenti vengano identificati in base al mezzo che verrà adottato da parte del contribuente, ovverosia contanti, assegni, bonifici, carte di debito o credito, ecc..

A quel punto sarà compito dell’Agenzia delle Entrate procedere alla classificazione dei pagamenti concedendo o meno il diritto di detrazione delle spese. In realtà si tratterà di un lavoro paziente, per alcuni aspetti anche difficoltoso e complesso, che determinerà costi per gli operatori che riceveranno i pagamenti, dal momento che tutte le informazioni contabili dovranno essere integrate riportando il dettaglio delle modalità di pagamento.

Nella pratica i medici, le scuole, le università, le palestre, le agenzie immobiliari, le compagnie di assicurazione, le imprese funebri, i veterinari, ecc., diverranno certificatori indiretti provvedendo ad integrare le comunicazioni per la precompilata con le modalità di pagamento utilizzate, circostanza che renderà l’adempimento ancora più complesso e di conseguenza a rischio inesattezze.

Ultim’ora: per i pagamenti tracciabili salta il rinvio per avere diritto alle detrazioni

Proprio al momento di pubblicare online la presente trattazione si apprende che per i pagamenti tracciabili è saltato il rinvio per avere diritto alle detrazioni. Dopo che il Consiglio dei Ministri appariva deciso allo spostamento della data dal 1 gennaio 2020 al 1 aprile 2020, è invece arrivato il contrordine.

Di conseguenza nessun rinvio per l’obbligo di utilizzare i pagamenti tracciabili per poter avere diritto a beneficiare della detrazione delle spese nella dichiarazione dei redditi. Infatti l’obbligo della tracciabilità delle spese che ammettono la detrazione rimane in vigore per tutte quelle sostenute dall’inizio dell’anno ad oggi.

Successivamente all’emendamento presentato al Decreto Milleproroghe, con il preciso scopo di riconoscere più tempo ai contribuenti per potersi adattare alle nuove norme sulle detrazione delle spese e sui pagamenti tracciabili, il Consiglio dei Ministri ha fatto un’inaspettata marcia indietro e pertanto quanto è stato detto sull’argomento rimane in vigore a partire dal 1 gennaio 2020 e non è stato rinviato al 1 aprile 2020.

In pratica tutto ciò significa che, per tutte le spese che danno diritto alla detrazione, l’obbligo di tracciabilità dei pagamenti rimane valido dall’inizio del 2020, con la conseguenza che tutte le spese sostenute per le quali i pagamenti sono stati effettuati in maniera diversa non daranno diritto a nessuna detrazione.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Costi chilometrici veicoli aziendali, pubblicate le tabelle ACI per il 2020

L’Agenzia delle Entrate, con il Comunicato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie generale n. 305, Supplemento Ordinario n. 47, di martedì 31 dicembre 2019, ha diffuso le tabelle elaborate dall’Automobile Club Italia (ACI) con i costi chilometrici di esercizio per l’anno 2020 (qui le tabelle ACI del 2019) di autoveicoli, motocicli, microcar e ciclomotori, in base a quanto previsto dall’articolo 3, comma 1, Decreto Legislativo n. 314 del 2 settembre 1997.

Le tabelle si riferiscono alle categorie di veicoli di seguito indicate:

  • autoveicoli a benzina, in produzione;
  • autoveicoli a gasolio, in produzione;
  • autoveicoli a benzina-gpl, benzina-metano o metano esclusivo;
  • autoveicoli elettrici, ibridi e ibridi plug-in, in produzione
  • autoveicoli a benzina, fuori produzione.
  • autoveicoli a gasolio, fuori produzione;
  • autoveicoli a benzina-gpl, benzina-metano e metano esclusivo, fuori produzione;
  • autoveicoli elettrici, ibridi e ibridi plug-in, fuori produzione;
  • motoveicoli, ciclomotori, microcar.

La suddivisione per alimentazione, marca e modello

Le tabelle dei costi chilometrici, che risultano suddivise per tipo di alimentazione, marca e modello, sono indispensabili sia per poter conteggiare l’importo dei rimborsi spettanti ai dipendenti, ai collaboratori od ai professionisti che utilizzano il proprio veicolo svolgendo attività a favore del datore di lavoro che per poter effettuare il calcolo del fringe-benefit, ossia della retribuzione in natura derivante dalla concessione in uso ai dipendenti dei veicoli aziendali che vengono utilizzati ad uso promiscuo sia per esigenze di lavoro che per esigenze personali, che i dipendenti stessi devono poi indicare nella propria dichiarazione dei redditi.

In base a quanto fissato dalla Legge di Bilancio 2020, che modifica la tassazione sulle auto aziendali, le tabelle risultano sdoppiate, le prime riportano i valori per il fringe benefit valevoli fino al 30 giugno 2020 mentre le seconde riportano i valori del fringe benefit valevoli con decorrenza dal 1 luglio 2020 in poi.

Auto aziendali costi chilometrici 2020

Cosa cambia nei costi chilometrici dal 1 luglio 2020

In pratica dal 1 luglio 2020 il conteggio risulterà differente, per i contratti stipulati dal 1 luglio 2020 entreranno in vigore le nuove regole di tassazione delle auto aziendali concesse in uso promiscuo, che andranno a penalizzare i veicoli maggiormente inquinanti.

Di conseguenza la deducibilità dei costi sostenuti per i veicoli aziendali sarà differenziata in base ai valori di emissione di anidride carbonica, e con l’aumentare delle emissioni andrà ad aumentare anche il reddito da lavoro e perciò l’imposta dovuta. In pratica, le tabelle valevoli nei primi sei mesi indicano solamente il valore del fringe benefit calcolato sul 30% del totale, mentre quelle valevoli nella seconda metà dell’anno indicano i valori del fringe benefit calcolato sul 25%, sul 30%, sul 40% e sul 50% del totale.

Per ambedue i periodi le tabelle ACI 2020 riportano i costi chilometrici di esercizio dei veicoli ad uso promiscuo suddivisi in base alla tipologia di alimentazione. Si ricorda che le tabelle ACI del benefit veicoli vengono elaborate sulla base di una percorrenza annuale di 15.000 chilometri, che risulta quella prevista dalla normativa fiscale per il computo del reddito da riportare in busta paga. Il fringe benefit annuale, indicato nell’ultima colonna a destra, oppure nelle ultime quattro colonne di destra, è ottenuto moltiplicando il costo al chilometro del veicolo interessato per 15.000 e conteggiando poi le sopra indicate percentuali del risultato, percentuali che la normativa fiscale attribuisce all’uso privato da parte del dipendente.

Come determinare i valori relativi ad ogni veicolo

E’ possibile determinare i valori relativi ad ogni singolo veicolo, selezionando i parametri di seguito indicati:

  • categoria di veicoli (autovetture, fuoristrada, autofurgoni, motocicli, ciclomotori, microcar);
  • elenco marche e modelli;
  • alimentazione (benzina, gasolio, gpl, metano, ibrida, elettrica);
  • veicoli in produzione e fuori produzione.

Nell’ipotesi in cui il veicolo sia un nuovo modello, non riportato nelle tabelle dei costi chilometrici, l’importo dovrà essere calcolato prendendo come riferimento quello che per tutte le sue caratteristiche risulti essere più similare al veicolo in questione. Accedendo al sito dell’ACI, all’indirizzo internet www.aci.it c’è la possibilità di eseguire il conteggio direttamente online.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Le variazioni apportate al regime forfettario

La Legge di Bilancio 2020, Legge n. 160 del 27 dicembre 2019, agisce in modo rilevante sul regime forfettario inserendo, a decorrere dal 1 gennaio 2020, un nuovo requisito di accessibilità, che va ad affiancarsi al limite dei ricavi e dei compensi ragguagliati ad anno di 65.000,00 euro e che riguarda i contribuenti che sostengono costi per lavoro dipendente e per collaboratori oltre uno specifico limite.

Di fatto la Legge di Bilancio 2020, con decorrenza dal 1 gennaio 2020, ha nuovamente inserito la condizione di accessibilità riguardante il sostenimento di costi per lavoro dipendente e per collaboratori, impostato in maniera simile a quello in vigore fino al 2018, con l’innalzamento del precedente limite da 5.000,00 a 20.000,00 euro.

Oltre a ciò la suddetta Legge inserisce una nuova causa di esclusione al regime forfettario per i soggetti che, nell’anno precedente, hanno percepito redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati, di cui agli articoli 49 e 50 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, che superano l’importo di 30.000,00 euro.

Il suddetto limite non deve essere preso in esame nel caso in cui il rapporto di lavoro sia terminato.

Inoltre, per i soggetti in regime forfettario, la Legge di Bilancio 2020 ha inserito ulteriori rilevanti novità, di seguito indicate:

  • l’inserimento di un credito di imposta per l’acquisizione di beni strumentali nuovi, che va a subentrare al super e all’iper ammortamento;
  • la riduzione di un anno dei termini di decadenza dell’accertamento, prescritti dall’articolo 43, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 29 settembre 1973, ovvero al 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, nel caso in cui il fatturato annuale sia unicamente composto da fatture elettroniche;
  • la compartecipazione del reddito assoggettato all’imposta sostitutiva ai fini della valutazione dei requisiti reddituali per la fruibilità o per la definizione di deduzioni, di detrazioni o di altri benefici, anche di natura non fiscale. 

Infine, la Legge di Bilancio 2020, Legge n. 160 del 27 dicembre 2019, ha abolito l’imposta sostitutiva per i ricavi e per i compensi fino a 100.000,00 euro, che era stata inserita dalla Legge di Bilancio 2019, art. 1 commi 17-22 della Legge n. 145 del 30 dicembre 2018.

I nuovi requisiti per l’accesso e per la permanenza nel regime forfettario

Con inizio dal 1 gennaio 2020, in conseguenza delle variazioni apportate dalla Legge di Bilancio 2020, il regime forfettario è accessibile nei caso in cui, con riferimento all’anno precedente, siano contemporaneamente rispettati i requisiti di seguito indicati:

  • ricavi conseguiti o compensi percepiti per un importo non superiore a 65.000,00 euro, ragguagliati ad anno;
  • aver sostenuto, nell’anno precedente, costi per lavoro dipendente e per collaboratori per un importo non superiore a 20.000,00 euro.

I costi per lavoro dipendente e per collaboratori

Con decorrenza dal 1 gennaio 2020, l’accessibilità al regime agevolato è subordinata al fatto che siano stati sostenuti costi per lavoro dipendente e per collaboratori per un importo non superiore a 20.000,00 euro.

Il suddetto limite deve essere preso in considerazione tenendo conto dell’ammontare globale lordo dei costi sostenuti nell’anno precedente, di conseguenza per poter avere accesso o per poter avere permanenza nel regime nell’anno 2020, è necessario prendere a riferimento i costi sostenuti nell’anno 2019.

I costi che contribuiscono alla composizione del suddetto limite sono quelli riguardanti:

  • i lavoratori dipendenti, per i quali devono ritenersi inclusi i costi sostenuti in conseguenza del prestito di personale, così come confermato dalla Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 275/E del 3 luglio 2008;
  • il lavoro accessorio previsto dall’articolo 70 del Decreto Legislativo n. 276 del 10 settembre 2003, la cui disciplina è stata soppressa dal Decreto Legge n. 25 del 17 marzo 2017, convertito dalla Legge n. 49 del 20 aprile 2017;
  • i collaboratori di cui all’articolo 50, comma 1, lettere c) e c-bis) del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, anche nel caso in cui siano assunti in base alle regole equiparabili ad un progetto, secondo quanto previsto dall’articolo 61 e seguenti del Decreto Legislativo n. 276 del 10 settembre 2003;
  • le somme corrisposte per le prestazioni di lavoro compiute dall’imprenditore stesso oppure dai suoi familiari, ai sensi dell’articolo 60 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986;
  • gli utili distribuiti agli associati in partecipazione con apporto costituito da solo lavoro, in base a quanto previsto dall’articolo 53, comma 2, lettera c), del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986.

Come precisato dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 7/E del 28 gennaio 2008, devono considerarsi esclusi dal suddetto limite i compensi corrisposti per prestazioni di lavoro che hanno natura occasionale.

Beni strumentali

La non rilevanza dei costi relativi ai beni strumentali

Anche per l’anno 2020 i costi dei beni strumentali acquistati nel corso del regime forfettario proseguono a non avere rilevanza ai fini dell’accessibilità al regime stesso.

Inoltre per l’anno 2020 viene riconosciuta, anche ai contribuenti in regime forfettario, l’opportunità di avvalersi del nuovo credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali, inserito in sostituzione del super e dell’iper ammortamento con la Legge di Bilancio 2020, Legge n. 160 del 27 dicembre 2019.

Infatti, la disposizione che stabilisce il credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali, prevede che detta agevolazione sia operativa a prescindere dalla dimensione e dal regime fiscale di definizione del reddito del soggetto che intende avvalersene.

Le cause di esclusione al regime forfettario in vigore dall’anno 2020

In conseguenza delle variazioni apportate al regime forfettario dalla Legge di Bilancio 2020, a decorrere dal 1 gennaio 2020, è entrata in vigore la preclusione dell’applicazione del regime agevolato nel caso in cui, nell’anno precedente, siano stati percepiti redditi di lavoro dipendente o a questi assimilati, di cui agli articoli 49 e 50 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, che eccedono l’importo di 30.000,00 euro.

Questa norma ha lo scopo di non consentire che i soggetti che hanno svolto attività di lavoro dipendente o assimilato da cui abbiano conseguito livelli reddituali abbastanza alti, nell’anno precedente a quello di applicazione del regime forfettario, possano tuttavia usufruire di detto regime per le attività d’impresa, arti o professioni esercitate.

L’inserimento di questa nuova causa di esclusione deve essere valutato sulla base dei redditi conseguiti nell’anno precedente all’utilizzazione del regime, vale a dire nel 2019, e va ad aggiungersi alle altre cause di esclusione già fissate dall’art. 1, comma 57, della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014, di seguito riportate:

  • l’utilizzazione di regimi speciali Iva e di determinazione forfettaria del reddito;
  • la residenza fiscale all’estero, ad esclusione dei residenti in Stati UE/SEE che generano in Italia come minimo il 75% del reddito complessivo;
  • l’effettuazione, in via esclusiva o prevalente, di vendite di fabbricati o di loro porzioni, di terreni edificabili o di mezzi di trasporto nuovi;
  • la partecipazione in società di persone, in associazioni oppure in imprese familiari, di cui all’art. 5 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, e controllo, diretto o indiretto, di società a responsabilità limitata oppure di associazioni in partecipazione, che svolgono attività economiche direttamente o indirettamente equiparabili a quelle effettuate dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni;
  • l’esercizio dell’attività in prevalenza nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso oppure erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta o nei confronti di soggetti che agli stessi possano essere, direttamente o indirettamente, ricondotti, con l’esclusione dei soggetti che intraprendono una nuova attività dopo aver effettuato il previsto periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni.

I soggetti che hanno utilizzato il regime agevolato nell’anno 2019 anche se in presenza di una partecipazione in una società di persone oppure in un’associazione professionale, usufruendo delle precisazioni fornite dalla Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 9 del 10 aprile 2019, per poter continuare a rimanere nel regime agevolato, devono aver venduto la partecipazione entro il 31 dicembre 2019, in caso contrario si deve procedere all’uscita dal regime ed al conseguente passaggio al regime ordinario.

Al paragrafo 2.3.2 la Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 9 del 10 aprile 2019 precisa che le cause di impedimento connesse al possesso di partecipazioni di controllo in società a responsabilità limitata ed all’esercizio dell’attività in prevalenza nei confronti del datore di lavoro attuale o passato devono essere esaminate al termine del periodo d’imposta in cui il soggetto ha utilizzato il regime agevolato e, nel caso siano accertate, causano l’uscita dal regime dall’anno seguente.

Fatture regime forfettario

La scelta volontaria della fatturazione elettronica

L’utilizzazione del regime forfettario fa beneficiare dell’esonero, salvo comunque che non si decida per l’adesione spontanea, dagli obblighi di fatturazione elettronica di cui all’art. 1, comma, 3 del Decreto Legislativo n. 127 del 5 agosto 2015, rimanendo tuttavia in essere i vincoli, previsti dal paragrafo 4.1 della Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 9 del 10 aprile 2019, per quanto riguarda la fatturazione elettronica nei confronti della Pubblica Amministrazione.

Allo scopo di incoraggiare la scelta volontaria della fatturazione elettronica, la Legge di Bilancio 2020 ha disposto che per i contribuenti in regime forfettario che hanno un fatturato annuo composto unicamente da fatture elettroniche, il termine di decadenza per l’accertamento previsto dall’art. 43, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 29 settembre 1973, è ridotto di un anno, passando, di conseguenza, al 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, come previsto dall’art. 1, comma 74, della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014.

Il requisito reddituale per il beneficio delle agevolazioni

La Legge di Bilancio 2020 ha inserito un’ulteriore modificazione la quale prevede che venga incluso il reddito soggetto al regime forfettario ai fini della spettanza, ovvero del calcolo della misura di agevolazioni di qualunque tipologia.

E’ stato sostituito il comma 75, dell’articolo 1, della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014, prevedendo che, per il l’individuazione della spettanza o per la definizione di deduzioni, di detrazioni oppure di benefici di qualunque titolo, anche se di natura non tributaria, nel caso in cui le disposizioni in vigore facciano riferimento al possesso di requisiti reddituali, si tiene in ogni modo conto anche del reddito assoggettato al regime forfettario.

Al contrario la precedente versione della disposizione prevedeva solamente che il reddito dell’attività sottoposta al regime forfettario:

  • fosse rilevante ai fini dell’individuazione delle detrazioni per carichi di famiglia previste dall’articolo 12, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986;
  • non fosse rilevante ai fini dell’individuazione delle altre detrazioni previste dall’articolo 13, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986.

L’imposta sostitutiva per ricavi e compensi fino a 100.000,00 euro

Infine la Legge di Bilancio 2020, in riferimento  ai  regimi  agevolati  di  tassazione  del  reddito  d’impresa  o  di  lavoro autonomo, ha abolito l’imposta  sostitutiva  del  20%  per  le  persone  fisiche che avrebbero conseguito ricavi e compensi fino a 100.000,00 euro, che era stata inserita dall’articolo 1, commi 17-22 della Legge n. 145 del 30 dicembre 2018 e che avrebbe dovuto entrare in vigore a decorrere dall’anno 2020. In conseguenza della suddetta abolizione, il sopraindicato regime fiscale non ha, evidentemente, mai trovato la sua applicazione.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Fatture emesse, correzione nel caso di erronea applicazione del regime forfetario

L’Agenzia delle Entrate con le Risposte Interpello n. 499 e n. 500 del 26 novembre 2019, ha evidenziato che, nel caso di erronea applicazione del regime forfetario, la correzione delle fatture emesse può essere effettuata utilizzando una delle regole di seguito indicate:

  • emettendo e trasmettendo al committente note di variazione in aumento, a norma dell’art. 26, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, ad integrazione delle fatture originarie, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva da versare ed evidenziando la ritenuta d’acconto;
  • emettendo e trasmettendo al committente note di variazione in diminuzione, a norma dell’art. 26, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, a totale storno delle fatture originarie ed emettendo nuove fatture, in sostituzione delle precedenti, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva ed evidenziando la ritenuta d’acconto.

Il caso di documento fiscale respinto dal destinatario

Nel caso in cui il nuovo documento fiscale, nello specifico in formato elettronico, venga respinto dal destinatario che, di conseguenza, non procede al pagamento dell’Iva addebitata in rivalsa ed al versamento della ritenuta d’acconto, il cedente/prestatore:

  • deve in ogni caso versare l’imposta all’Erario e, per ottenere il pagamento dell’Iva addebitata in rivalsa, deve avviare un procedimento civilistico di recupero del credito nei confronti del cessionario/committente;
  • non matura nessun importo da poter utilizzare in scomputo dall’Irpef dovuta in sede di dichiarazione.

Riassumendo, le fatture erroneamente emesse in applicazione del regime forfetario, di cui alla Legge n. 190 del 23 dicembre 2014, possono essere rettificate ricorrendo all’emissione di note di variazione, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva da versare all’Erario ed evidenziando, nel caso debba essere applicata, la ritenuta d’acconto.

Oltre a ciò le Risposte Interpello n. 499 e n. 500 del 26 novembre 2019 dell’Agenzia delle Entrate analizzano le conseguenze per quanto riguarda le ritenute e l’Iva rispetto ad una specifica ipotesi nella quale le fatture elettroniche, regolarmente riemesse in regime ordinario, vengano respinte dal destinatario.

Fatture emesse, il caso particolare oggetto degli interpelli

Nel 2019 un contribuente ha applicato il regime forfetario, ritenendo per errore di possederne i requisiti, e, nei primi mesi dell’anno, ha proceduto ad emettere delle fatture che gli sono state regolarmente saldate.

Successivamente, resosi conto dell’erronea applicazione del regime, procede all’emissione di note di variazione elettroniche, in diminuzione, a storno delle fatture originarie, nonché all’emissione di nuove fatture elettroniche, in sostituzione di quelle precedenti.

Ciò nonostante, i nuovi documenti vengono respinti dal destinatario, il quale:

  • non provvede al pagamento dell’Iva addebitata in rivalsa;
  • non provvede al versamento della ritenuta d’acconto.
Correzione fatture

La correzione delle fatture emesse

L’omessa applicazione dell’Iva sulle fatture emesse durante il regime agevolato può essere corretta, utilizzando una delle regole di seguito indicate:

  • emettendo e trasmettendo al committente note di variazione in aumento, a norma dell’art. 26, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, ad integrazione delle fatture originarie, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva da versare ed evidenziando la ritenuta d’acconto;
  • emettendo e trasmettendo al committente note di variazione in diminuzione, a norma dell’art. 26, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, a totale storno delle fatture originarie ed emettendo nuove fatture, in sostituzione delle precedenti, addebitando a titolo di rivalsa l’Iva ed evidenziando la ritenuta d’acconto, che nel caso specifico è stata la soluzione utilizzata dal contribuente.

L’Iva addebitata in rivalsa e non pagata dal cessionario/committente

L’effettuazione di un’operazione imponibile origina tre tipologie di rapporti che non interferiscono tra di loro, pur essendo correlati:

  • tra l’Amministrazione Finanziaria ed il cedente/prestatore, in relazione al pagamento dell’imposta dal momento dell’emissione della fattura, a prescindere dal pagamento della stessa;
  • tra il cedente/prestatore ed il cessionario/committente, in merito alla rivalsa;
  • tra l’Amministrazione Finanziaria ed il cessionario/committente, per quanto concerne alla detrazione dell’imposta assolta in via di rivalsa.

Rapporto di rivalsa e recupero del credito

Il rapporto di rivalsa è di natura privatistica e di conseguenza è autonomo riguardo al rapporto tributario pubblicistico che lega il cedente/prestatore e l’Amministrazione Finanziaria, come stabilito dalla Corte Suprema di Cassazione con le Sentenze n. 17174/2015 e n. 24794/2005.

Di conseguenza, nel caso oggetto di Interpello, la possibilità di recuperare l’Iva, regolarmente versata all’Erario in seguito all’emissione delle nuove fatture ed addebitata a titolo di rivalsa, ma non pagata dal cessionario/committente, implica l’attivazione di un procedimento civilistico di recupero del credito.

Nell’ipotesi in cui l’azione risulti infruttuosa, sarà possibile fare nuovamente ricorso all’emissione di una nota di variazione per l’importo non incassato, come stabilito dalla Risposta Interpello n. 500 del 26 novembre 2019 dell’Agenzia delle Entrate.

La ritenuta d’acconto non versata dal sostituto d’imposta

Il contribuente può scomputare le ritenute subite sui redditi di lavoro autonomo e d’impresa dall’Irpef dovuta in sede di dichiarazione anche in mancanza della certificazione rilasciata dal sostituto d’imposta a condizione che sia in grado di poter comprovare l’effettivo assoggettamento alle ritenute.

In tale ipotesi la responsabilità è unicamente a carico del sostituto d’imposta, come stabilito dalla Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 68/E del 19 marzo 2009 e dalla Corte Suprema di Cassazione con le Sentenze n. 14138/2017 e n. 18910/2018. Nel caso oggetto di Interpello, in conseguenza del rifiuto delle note di variazione in diminuzione e delle nuove fatture emesse, il sostituto d’imposta non ha effettuato nessun versamento delle ritenute d’acconto indicate in fattura dal sostituito il quale, pertanto, non matura alcun importo da poter scomputare dall’Irpef dovuta in sede di dichiarazione, come stabilito dalla Risposta Interpello n. 499 del 26 novembre 2019 dell’Agenzia delle Entrate.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Pagamenti in contanti: limiti e novità del Decreto Legge n. 124/2019

Rispetto alla precedente normativa, il Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019, all’art. 18, comma 1, lettera a), stabilisce una graduale diminuzione del limite all’utilizzazione dei pagamenti in contanti verso quota 999,99 euro, dagli attuali 2.999,99 euro.

Nello specifico:

  • l’importo limite di 999,99 euro entrerà in vigore dal 1 gennaio 2022;
  • dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 sarà, invece, in vigore l’importo limite di 1.999,99 euro, e uguale variazione sarà in vigore per la soglia riguardante l’attività di cambiavalute.

L’art. 18, comma 1, lettera b), del suddetto Decreto Legge stabilisce, inoltre, per necessità di uniformità sistematica, che:

  • per le infrazioni commesse e contestate dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021, il minimo edittale sarà pari a 2.000,00 euro, rispetto agli attuali 3.000,00 euro;
  • per le infrazioni commesse e contestate a decorrere dal 1 gennaio 2022, il minimo edittale verrà ulteriormente diminuito a 1.000,00 euro.

Inoltre, a decorrere dal 1 luglio 2020, la mancata accettazione di pagamenti di qualsivoglia importo, mediante carte di pagamento, da parte di soggetti che esercitano l’attività di vendita di beni e di prestazioni di servizi, anche professionali, verrà punita con la sanzione amministrativa di 30,00 euro aumentati del 4% del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento, così come stabilito dall’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019.

Pertanto, appaiono equiparate, dall’intento di disincentivare l’utilizzazione di pagamenti in contanti e di favorire la tracciabilità dei trasferimenti di denaro, le novità che l’art. 18, comma 1, lettera a), e l’art. 23, comma 1, lettera b), del succitato Decreto Legge apportano in materia di limitazioni all’utilizzazione del contante e di obbligo di accettazione di pagamenti tramite carte di pagamento.

Pagamenti denaro contante

La diminuzione del limite all’utilizzazione del denaro contante

Come anzidetto l’art. 18, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce una graduale diminuzione del limite all’utilizzazione dei pagamenti in contanti verso quota 999,99 euro, dagli attuali 2.999,99 euro.

Nello specifico:

  • l’importo limite di 999,99 euro entrerà in vigore dal 1 gennaio 2022;
  • dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 sarà, invece, in vigore l’importo limite di 1.999,99 euro.

Il divieto in argomento ha effetto, ai sensi dell’art. 49, comma 1, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, per il trasferimento sia di denaro contante che di titoli al portatore, eseguito a qualsivoglia titolo tra soggetti diversi, sia persone fisiche che giuridiche.

Il limite all’utilizzazione dei contanti, quale che ne sia la causa o il titolo, ha validità anche nel caso in cui il trasferimento venga eseguito con più pagamenti per singoli importi inferiori alla soglia, che in tale modo appaiono frazionati artificiosamente.

In base a quanto stabilito dall’art. 1, comma 2, lettera v), del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, per operazione frazionata si intende un’operazione unitaria sotto il profilo economico, di valore pari o superiore ai limiti stabiliti dallo stesso Decreto Legislativo, posta in essere tramite più operazioni, singolarmente inferiori ai limiti stabiliti, eseguite in momenti diversi ed in un circoscritto periodo di tempo fissato in 7 giorni, ferma restando l’esistenza dell’operazione frazionata quando ricorrano elementi per ritenerla tale.

L’art. 18, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce una simile diminuzione del limite verso quota 999,99 euro anche per la soglia riguardante l’attività di cambiavalute di cui all’art. 49, comma 3, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007.

La disciplina sanzionatoria sui limiti dei pagamenti in contanti

Per quanto riguarda l’aspetto sanzionatorio, in base a quanto stabilito dall’art. 63, comma 1, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, fatta salva l’efficacia degli atti, alle violazioni della disciplina in argomento viene applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 3.000,00 euro ad un massimo di 50.000,00 euro.

L’art. 18, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce, per necessità di uniformità sistematica rispetto alle novità apportate in ordine alle limitazioni di utilizzazione del denaro contante, che:

  • per le violazioni commesse e contestate dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021, il minimo edittale sarà pari a 2.000,00 euro, rispetto agli attuali 3.000,00 euro;
  • per le violazioni commesse e contestate a decorrere dal 1 gennaio 2022, il minimo edittale verrà ulteriormente diminuito a 1.000,00 euro.

Per quanto riguarda le violazioni per importi superiori a 250.000,00 euro, la sanzione continua ad essere quintuplicata nel minimo e nel massimo edittali, come stabilito dall’art. 63, comma 6, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007.

Pagamenti con carte di credito

La mancata accettazione di pagamenti mediante carte di pagamento

Con decorrenza dal 1 luglio 2020, la mancata accettazione di pagamenti di qualsivoglia importo mediante carte di pagamento, da parte di soggetti che esercitano l’attività di vendita di beni e di prestazioni di servizi, anche professionali, verrà punita con la sanzione amministrativa di 30,00 euro aumentati del 4% del valore della transazione che è stata rifiutata, così come stabilito dall’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019.

Tramite la comparazione con il valore della transazione si intende commisurare la sanzione in ragione dell’importo relativamente al quale viene rifiutato il pagamento attraverso strumenti elettronici.

E’ da sottolineare che il comportamento tipico non è quello di non dotarsi di un POS (Point of Sale) per consentire il pagamento elettronico, bensì la mancata accettazione di questo strumento di pagamento.

E’ da precisare, inoltre, che per le sanzioni riguardanti le violazioni in questione trovano applicazione sia le procedure che i termini previsti dalla Legge n. 689 del 24 novembre 1981, tuttavia, viene esplicitamente esclusa l’applicazione del pagamento in misura ridotta di cui all’art. 16 della Legge stessa.

Chi dovrà controllare le violazioni?

Alla constatazione delle violazioni sono chiamati a provvedere, ai sensi dell’art. 13, comma 4, della Legge n. 689 del 24 novembre 1981, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria, nonché gli organi che, ai sensi dell’art. 13, comma 1, della Legge stessa, sono preposti al controllo sull’osservanza delle disposizioni per la violazione delle quali è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro.

L’autorità competente a ricevere la relazione riguardante le violazioni in argomento è il Prefetto  del territorio nel quale le stesse hanno avuto luogo, come stabilito dell’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019. Infine è da tenere presente che l’art. 23, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 interviene a modificare il comma 4 dell’art. 15 del Decreto Legge n. 179 del 18 ottobre 2012 procedendo a sostituire le parole “carte di debito e di credito” con le parole “carte di pagamento, relativamente ad almeno una carta di debito e una carta di credito”.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Come scegliere la miglior polizza per la casa

Quando si valuta una polizza per la casa, obbligatoria o meno che sia, non è mai un’operazione semplice e richiede la valutazione di una serie di informazioni al fine di capire quale è il prodotto migliore che offre il mercato.

I fattori che determinano la scelta della polizza per la casa

Dato che esistono un’infinità di coperture per la casa come quelle che si possono trovare su http://www.polizzecasa.net/, è bene informarsi in modo attento su ciò che prevede il contratto per scegliere la polizza che più si adatta alle nostre esigenze.

Il primo errore da evitare assolutamente è quello di provare a risparmiare rinunciando a quelle coperture che invece sono di primaria importanza. È meglio spendere altro tempo per ricercare la combinazione migliore tra garanzie complete e prezzo. Per capire come confrontarle non c’è che da valutare quello che serve ed il budget a disposizione.

La prima cosa da fare è invece valutare le caratteristiche principali della propria casa e del luogo in cui sorge. Ha tubature vecchie? Si trova a portata di mano dei ladri? Vi sono custoditi degli oggetti antichi o di valore? C’è poi da considerare se l’abitazione è inserita in un condominio o si tratta di una villetta indipendente, se è abitata sempre oppure occasionalmente.

Assicurazioni per la casa

I rischi da valutare per le coperture assicurative

Un altro rischio da valutare è dato dal vicinato, sia relativamente ai rischi che può provocare ma anche in base a quelli che potremmo provocare noi. Se esistono dubbi relativi a questioni di proprietà o vi sono delle controversie, allora una garanzia per la tutela legale potrebbe rivelarsi davvero preziosa per affrontare con serenità qualsiasi evento si possa presentare.

C’è da sapere che le assicurazioni casa, in caso di danni, provvedono a stabilire le cause attraverso una perizia. Se da questa emerge che i danni sono causati da colpa o dolo del proprietario di casa o del convivente, non ci sarà nessun risarcimento. Anche in caso di negligenza, come lasciare sigarette accese o le chiavi sulla porta di casa, non vi sarà alcuna copertura da parte della compagnia assicurativa.

Se abbiamo scelto una polizza per la casa che copre i danni all’immobile e alle sue mura, non potremo certo aspettarci un risarcimento per danni al contenuto della casa, a meno che non sia stato specificato nel contratto. L’importante è quindi valutare con estrema attenzione le condizioni ed i termini del contratto, perché sono gli elementi che definiscono la polizza.

Alcune nozioni fondamentali quando si sottoscrive una polizza

L’indennizzo altro non è che la somma che l’assicurazione riconosce a chi stipula la polizza quando si verifica il danno. Il massimale è invece la cifra massima che la compagnia esborsa in caso di danno specifico previsto dalla polizza, mentre la franchigia è la parte di danno che resta a carico dell’assicurato. Se i danni sono inferiori alla franchigia, non saranno risarciti. Infine esiste il premio che corrisponde al costo della polizza. Il suo pagamento può essere annuale oppure frazionabile.

   

Redazione Economiapertutti.com
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Lavanderia self service: idee per aprire un’attività

Una buona idea per una nuova attività è la lavanderia automatica (self service). Non è infatti difficile vederne molte negli ultimi tempi, soprattutto nelle grandi città. Questo perché molte persone hanno necessità di lavare ed asciugare i propri vestiti in tempi rapidi, soprattutto cappotti e maglioni, ma anche coperte e piumoni. Le lavanderie automatiche sono facili da gestire, non richiedono un grande investimento e si possono creare in autonomia, anche nella forma del franchising.

Tra le idee per aprire un’attività, le lavanderie a gettoni o lavanderie self-service sono delle attività idonee soprattutto per chi è alle prime armi. Esse possono essere molto utili sia a chi le gestisce, sia a chi le utilizza.

Si sono diffuse negli Stati Uniti già da tempo, infatti non è difficile vedere film con scene girate proprio in locali di questo tipo; anche in Italia si inizia ad apprezzare questo servizio sempre di più. In fondo, è comodo lavare i panni senza dover sentire la centrifuga o averli asciutti senza dover aprire lo stendino, soprattutto per chi abita in un monolocale in centro, o per chi lavora fino a tardi. Molte lavanderie automatiche, difatti, rimangono aperte anche in orario serale.

Quindi, se questo campo ti interessa e vuoi capire come diventare imprenditore senza troppi rischi, questo è il settore giusto per mettersi in proprio. E chissà che un giorno non si riesca ad aprire una filiera di lavanderie.

Lavanderia self service a gettoni

Cosa fare per aprire una lavanderia self service a gettoni

Su Bloomestlaundry.it si possono trovare molte informazioni utili per l’avvio di questa attività. Scegliere Bloomest come partner significa essere seguiti passo dopo passo. Le prime cose che servono per capire come mettere in pratica un’idea per aprire un’attività di lavanderia self-service sono:

  • avere un locale commerciale proprio o da affittare;
  • lavatrici e asciugatrici;
  • distributori automatici per detersivi, ammorbidenti o igienizzanti per bucato;
  • un’area dove i clienti possano sedersi, leggere in totale relax, magari con un distributore di alimenti e bevande;
  • una connessione internet;
  • macchine per il pagamento;
  • macchine per cambiare i gettoni;
  • un commercialista per seguire l’apertura e la gestione dell’attività. Bloomest segue l’iter burocratico al posto vostro;
  • un finanziamento per avviare la lavanderia a gettoni.

Si deve poi pensare alla localizzazione geografica del locale (da questo dipende molto), da acquistare o da affittare, che non dovrà comunque essere inferiore ai 30 metri quadri. Segue poi un investimento relativo alla sicurezza (telecamere e allarmi), agli impianti necessari (elettrico, idraulico e fognario), il tutto seguendo le disposizioni di legge.

Con quante lavatrici partire e quali contratti attivare

Il numero di lavatrici e asciugatrici da acquistare, o prendere in comodato d’uso, dipende molto dallo spazio a disposizione. In genere 3 lavatrici con 2 asciugatrici sono il minimo indispensabile per iniziare. Andrà anche studiata la collocazione delle altre attrezzature come i distributori di detersivi e le macchinette per cambiare i gettoni.

Comprando dei macchinari professionali nuovi c’è il vantaggio di poter usufruire di un lungo periodo di assistenza, eventualmente stipulando un contratto per la manutenzione, a meno che non la si sappia fare da soli. Infine, c’è da coprire l’attività con delle polizze ad hoc. Furto e incendio sono senza dubbio una buona forma di tutela contro questi rischi ad alta probabilità. Mentre l’assicurazione civile contro terzi è obbligatoria per ogni attività commerciale. Sono molte informazioni da processare, ma sono tutte necessarie all’avvio di un’attività che poi occuperà molto meno tempo di quanto crediate. Il primo requisito, in ogni caso, è sempre la buona volontà.

   

Redazione Economiapertutti.com
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Commercio di legname a Milano: cosa comprare e dove

Commercio di legname: come scegliere il venditore

Il commercio di legname a Milano vanta una lunga tradizione, come si evince dalla quantità di punti vendita (specializzati o meno, produttori o meno) che consentono di acquistare prodotti lignei. Certo, ciò potrebbe provocare un certo disorientamento nel cliente che si trova a decidere tra questo o quel venditore.

Dunque, è bene fare il punto sui criteri che dovrebbero muovere questa scelta.

  • L’offerta. Un venditore, o un produttore, capace di predisporre un’offerta ampia e variegata certamente merita fiducia. Ovviamente, verificate se all’interno di questa offerta è presente proprio il prodotto che state cercando.
  • I feedback. É forse il criterio più importante. Prendere in considerazione l’opinione di clienti ed ex clienti consente di maturare un’opinione sul venditore/produttore quanto più vicina alla realtà. Tra l’altro, la ricerca e l’analisi dei feedback è oggi facilitata dalla presenza online che caratterizza buona parte dei venditori e dei produttori (anche nel settore del legname).
  • Il know-how. Spesso è la storia a parlare per un venditore o un produttore. Una realtà che è presente sul mercato da molti anni, o addirittura da decenni, ha giocoforza maturato un know-how significativo, che in questo caso è una garanzia di qualità.
Case e parquet in legno

Commercio di legname a Milano: un consiglio

Se state cercando un’impresa impegnata nel commercio di legname a Milano, vi troverete a scegliere tra molti nomi importanti o, perché no, piccole imprese che però hanno dimostrato di stare bene sul mercato. Tuttavia, c’è una realtà che spicca sulle altre: la Enrico Comotti S.p.A.

A ben vedere questa solida realtà presenta tutti quei tratti che rendono un venditore/produttore meritevole di fiducia. Propone un’offerta eccellente sotto il profilo della quantità, della varietà e della qualità. Inoltre, oltre a produrre e vendere prodotti lignei, è impegnata nel settore edilizio ed offre servizi di progettazione. I feedback, online e offline, sono estremamente positivi e di gran lunga superiori alla media. Infine, ha alle spalle una storia lunga quasi un secolo, che – come abbiamo anticipato nel paragrafo precedente – è sinonimo di qualità.

Cosa vende la Enrico Comotti

La Enrico Comotti S.p.A. è leader nel commercio di legname a Milano e provincia. L’offerta, lo abbiamo già detto, è incredibilmente ampia. Di seguito presentiamo alcuni dei prodotti di punta, spiegando in quali casi vanno acquistati e offrendo qualche spunto sul loro utilizzo.

  • I truciolari. La linea comprende pannelli di compensato di vario spessore (da 3 a 5 mm) e dimensione fissa (120 x 250 cm), afferenti alla tipologia “oriented strand board”, che suggerisce una composizione multistrato. Possono essere utilizzati per la realizzazione di pareti interne, in sostituzione del più debole e deperibile cartongesso.
  • I pannelli per l’edilizia. La linea comprende pannelli a tre strati realizzati con varie tipologie di legno (in primis conifera). Godono di una certa valenza strutturale, dunque possono essere impiegati per la realizzazione di fabbricati in legno. Anche perché gli strati vengono incollati per mezzo dell’alta pressione e con leganti capaci di resistere all’acqua e agli alcoli.
  • I segati. Questa linea è molto eterogenea e comprende semplici travi piuttosto che morali, travi, travetti, smezzole e persino listelli in abete. Gli usi sono i più disparati e comprendono anche la costruzione dei fabbricati. Richiedono comunque un trattamento ulteriore: il grado di rifinitura è infatti volutamente basso, in modo da garantire una certa versatilità al prodotto.
   

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La storia del trading di valute: ecco come è nato il Forex

Tanti si sono chiesti quando sia nato veramente il Forex: ebbene, si tratta di un sistema finanziario che ha radici molto lontane nel tempo, fino ad arrivare al Medioevo, quando comincia ad essere utilizzato dalle principali potenze del Vecchio Continente per rendere più rapida la diffusione del commercio di valuta all’interno dei suoi confini e verso il Medio Oriente.

Devono ancora arrivare, però, le date che cambieranno la storia del trading di valute e che hanno fatto da capostipite per la nascita di piattaforme moderne e intuitive come https://www.lecriptovalute.org. Il 1875, ad esempio, è stata una di queste. Prima di quell’anno, infatti, i vari pagamenti internazionali avvenivano sfruttando oro e argento come elementi di scambio. I tassi di cambio furono ridefiniti completamente da parte delle intese di Bretton Woods, mentre è il 1947 quando entra in azione il Fondo Monetario. In questo periodo il dollaro americano va a incidere sul prezzo dell’oro, che viene stabilito intorno a 35 dollari l’oncia.

Storia forex

La prima Guerra Mondiale e i vari standard americani

L’ok definitivo da parte degli Usa a mantenere un livello costante e fisso del prezzo di acquisto e vendita dell’oro arriva proprio in quegli anni. Le diverse economie che si trovano sui mercati devono necessariamente adattarsi e cominciare fare leva sul dollaro americano come standard. La principale conseguenza dell’accettazione di tale situazione è che la valuta americana assuma un ruolo predominante in tutto il mondo. Una situazione totalmente opposta rispetto allo standard aureo, che finisce in picchiata proprio nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Sono state proprio le intese raggiunte a Bretton Woods ad avere un ruolo di primo piano nello sviluppo del trading di valute. Stiamo facendo riferimenti ad accordi che vennero siglati nel 1944 e che portarono il dollaro americano ad essere il più importante standard di convertibilità, prendendo il posto dell’oro. Il dollaro americano comincia così ad acquisire un ruolo sempre più importante sui mercati finanziari. Le intese sigillate a Bretton Woods tra FMI e Banca Mondiale hanno dei chiari obiettivi: primo fra tutti quello di realizzare e sviluppare una stabilità internazionale a livello monetario. In sostanza si voleva evitare di correre il rischio che i diversi Paesi potessero scambiare moneta senza alcun tipo di costo.

Da Bretton Woods fino al 1971

Bretton WoodsCorreva il 1971 quando tutti gli accordi di Bretton Woods di colpo cedono ed ecco che si viene a creare quello che è stato definito il cambio di valuta moderno. Esattamente da questo momento parte anche la storia moderna del Forex. Un trading di valute che ha riscontrato una crescita veramente impressionante, fino a toccare i 70 miliardi di dollari qualche anno fa. In realtà, però, ciò che ha cambiato veramente la possibilità di fare trading, e di conseguenza accumulare dei profitti sul mercato forex, è stata la diffusione di internet. Prima di questo evento, era un’attività esclusivamente confinata a chi ne avesse le possibilità: quindi, a importanti investitori, fondi di investimento e banche d’affari. Con il web, invece, si sono cominciati a diffondere i forex broker online che hanno permesso di estendere tale opportunità praticamente a tutti, visto che è sufficiente una semplice connessione a internet e un computer per poter accedere a tale mercato.

   

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Esclusi da tassazione i canoni di locazione non incassati

Nella Legge di conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, noto come “Decreto Crescita”, è contenuta una disposizione che modifica l’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in materia di imposizione fiscale dei redditi di locazione di immobili abitativi non incassati dal locatore.

Nello specifico:

  • la norma fino a questo momento vigente prevedeva che i canoni non incassati non concorressero alla formazione del reddito solamente dal momento del termine del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità;
  • la nuova norma prevede invece la detassazione dal momento dell’ingiunzione di sfratto oppure dall’intimazione di pagamento, tuttavia, per specifica previsione contenuta nella stessa, troverà applicazione ai contratti di locazione stipulati dal 1 gennaio 2020.

L’imposizione fiscale per competenza dei redditi fondiari

In base a quanto stabilito dall’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in linea di principio, i redditi fondiari concorrono alla formazione del reddito complessivo dei soggetti che ne sono titolari, indipendentemente dall’effettivo incasso.

Di conseguenza, anche nel caso in cui il locatario non provveda al pagamento dei canoni, il locatore è in ogni caso tenuto a dichiarare i redditi da locazione da questi derivanti.

In ogni caso questa norma è soggetta ad un’eccezione relativamente ai contratti di locazione di immobili abitativi.

L’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, come fino a questo momento vigente, prevedeva, infatti, che, nel caso in cui il locatario di un immobile abitativo non provveda al pagamento dei canoni di locazione dovuti al locatore, quest’ultimo è in ogni caso tenuto a dichiararli ugualmente fino al momento in cui non giunga a termine il procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del locatario.

A titolo di esempio, se un locatario non ha provveduto al pagamento dell’affitto nell’anno 2018, ma in data 30 aprile 2019 il locatore ottiene la convalida di sfratto, nel Modello Redditi Persone Fisiche 2019 ha la possibilità di dichiarare solamente la rendita dell’immobile abitativo.

Al contrario, se, pur non avendo incassato i canoni di locazione nell’anno 2018, il locatore non ottiene la convalida di sfratto entro la scadenza del termine per la presentazione del Modello Redditi Persone Fisiche 2019, egli dovrà provvedere a dichiarare in ogni caso i canoni non incassati, ma gli spetterà un credito di imposta una volta ottenuta la convalida di sfratto.

L’anzidetta deroga alla imposizione fiscale dei redditi fondiari stabilita dal secondo periodo dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi è operativa solamente per i contratti di locazione di immobili abitativi, mentre per quanto riguarda i contratti di locazione di immobili commerciali rimane valida la norma generale disposta dall’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi in base alla quale i redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo dei soggetti che ne sono titolari”.

La detassazione anticipata

La modificazione dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi effettuata dalla Legge di conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019 è rivolta a variare proprio l’anomalia sopra rappresentata, operante per i contratti di locazione di immobili abitativi.

Nello specifico, la nuova norma concede al locatore di escludere dalla imposizione fiscale i redditi provenienti da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non incassati, con il vincolo che il mancato incasso sia documentato, in alternativa:

  • dall’intimazione di sfratto per morosità;
  • dall’ingiunzione di pagamento.

Come chiarito nel Dossier Illustrativo del Servizio Studi della Camera del 20 giugno 2019, il locatore che non abbia incassato canoni di locazione potrà “usufruire della detassazione dei canoni non percepiti senza dover attendere la conclusione del procedimento di convalida di sfratto, ma provandone la mancata corresponsione in un momento antecedente, ovvero mediante l’ingiunzione di pagamento o l’intimazione di sfratto per morosità”.

La tassazione separata

E’ stata aggiunta una disposizione in base alla quale, ai canoni non incassati dal locatore nei periodi d’imposta di riferimento ed incassati in periodi d’imposta successivi viene applicata la tassazione separata stabilita all’art. 21 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, con le regole previste per i redditi percepiti a titolo di rimborso di imposte, o di oneri dedotti dal reddito complessivo oppure per i quali si è fruito della detrazione in periodi di imposta precedenti.

Conseguentemente nel suddetto Dossier è riportato “per tali redditi l’imposta è determinata applicando all’ammontare percepito l’aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del contribuente nel biennio anteriore all’anno in cui essi sono percepiti”.

La decorrenza

A seguito di apposita volontà legislativa, la nuova formulazione dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi avrà applicazione per i contratti stipulati dal 1 gennaio 2020.

Il riferimento alla stipula del contratto fa sorgere qualche dubbio circa l’applicabilità della nuova disposizione ai contratti prorogati dal 1 gennaio 2020.

Oltre a ciò, la nuova disposizione non avrà influenza sulla redazione del modello Redditi Persone Fisiche 2020, relativo ai redditi dell’anno 2019.

La norma transitoria L’art. 3-quinquies, comma 2, del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019 convertito, evidenzia che, per i contratti redatti prima della data di entrata in vigore della nuova disposizione, rimane fermo il riconoscimento di un credito di imposta di uguale importo rispetto alle imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non incassati come da accertamento avvenuto nell’ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com