Pagamenti in contanti: limiti e novità del Decreto Legge n. 124/2019

Rispetto alla precedente normativa, il Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019, all’art. 18, comma 1, lettera a), stabilisce una graduale diminuzione del limite all’utilizzazione dei pagamenti in contanti verso quota 999,99 euro, dagli attuali 2.999,99 euro.

Nello specifico:

  • l’importo limite di 999,99 euro entrerà in vigore dal 1 gennaio 2022;
  • dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 sarà, invece, in vigore l’importo limite di 1.999,99 euro, e uguale variazione sarà in vigore per la soglia riguardante l’attività di cambiavalute.

L’art. 18, comma 1, lettera b), del suddetto Decreto Legge stabilisce, inoltre, per necessità di uniformità sistematica, che:

  • per le infrazioni commesse e contestate dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021, il minimo edittale sarà pari a 2.000,00 euro, rispetto agli attuali 3.000,00 euro;
  • per le infrazioni commesse e contestate a decorrere dal 1 gennaio 2022, il minimo edittale verrà ulteriormente diminuito a 1.000,00 euro.

Inoltre, a decorrere dal 1 luglio 2020, la mancata accettazione di pagamenti di qualsivoglia importo, mediante carte di pagamento, da parte di soggetti che esercitano l’attività di vendita di beni e di prestazioni di servizi, anche professionali, verrà punita con la sanzione amministrativa di 30,00 euro aumentati del 4% del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento, così come stabilito dall’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019.

Pertanto, appaiono equiparate, dall’intento di disincentivare l’utilizzazione di pagamenti in contanti e di favorire la tracciabilità dei trasferimenti di denaro, le novità che l’art. 18, comma 1, lettera a), e l’art. 23, comma 1, lettera b), del succitato Decreto Legge apportano in materia di limitazioni all’utilizzazione del contante e di obbligo di accettazione di pagamenti tramite carte di pagamento.

Pagamenti denaro contante

La diminuzione del limite all’utilizzazione del denaro contante

Come anzidetto l’art. 18, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce una graduale diminuzione del limite all’utilizzazione dei pagamenti in contanti verso quota 999,99 euro, dagli attuali 2.999,99 euro.

Nello specifico:

  • l’importo limite di 999,99 euro entrerà in vigore dal 1 gennaio 2022;
  • dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 sarà, invece, in vigore l’importo limite di 1.999,99 euro.

Il divieto in argomento ha effetto, ai sensi dell’art. 49, comma 1, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, per il trasferimento sia di denaro contante che di titoli al portatore, eseguito a qualsivoglia titolo tra soggetti diversi, sia persone fisiche che giuridiche.

Il limite all’utilizzazione dei contanti, quale che ne sia la causa o il titolo, ha validità anche nel caso in cui il trasferimento venga eseguito con più pagamenti per singoli importi inferiori alla soglia, che in tale modo appaiono frazionati artificiosamente.

In base a quanto stabilito dall’art. 1, comma 2, lettera v), del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, per operazione frazionata si intende un’operazione unitaria sotto il profilo economico, di valore pari o superiore ai limiti stabiliti dallo stesso Decreto Legislativo, posta in essere tramite più operazioni, singolarmente inferiori ai limiti stabiliti, eseguite in momenti diversi ed in un circoscritto periodo di tempo fissato in 7 giorni, ferma restando l’esistenza dell’operazione frazionata quando ricorrano elementi per ritenerla tale.

L’art. 18, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce una simile diminuzione del limite verso quota 999,99 euro anche per la soglia riguardante l’attività di cambiavalute di cui all’art. 49, comma 3, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007.

La disciplina sanzionatoria sui limiti dei pagamenti in contanti

Per quanto riguarda l’aspetto sanzionatorio, in base a quanto stabilito dall’art. 63, comma 1, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, fatta salva l’efficacia degli atti, alle violazioni della disciplina in argomento viene applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 3.000,00 euro ad un massimo di 50.000,00 euro.

L’art. 18, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce, per necessità di uniformità sistematica rispetto alle novità apportate in ordine alle limitazioni di utilizzazione del denaro contante, che:

  • per le violazioni commesse e contestate dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021, il minimo edittale sarà pari a 2.000,00 euro, rispetto agli attuali 3.000,00 euro;
  • per le violazioni commesse e contestate a decorrere dal 1 gennaio 2022, il minimo edittale verrà ulteriormente diminuito a 1.000,00 euro.

Per quanto riguarda le violazioni per importi superiori a 250.000,00 euro, la sanzione continua ad essere quintuplicata nel minimo e nel massimo edittali, come stabilito dall’art. 63, comma 6, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007.

Pagamenti con carte di credito

La mancata accettazione di pagamenti mediante carte di pagamento

Con decorrenza dal 1 luglio 2020, la mancata accettazione di pagamenti di qualsivoglia importo mediante carte di pagamento, da parte di soggetti che esercitano l’attività di vendita di beni e di prestazioni di servizi, anche professionali, verrà punita con la sanzione amministrativa di 30,00 euro aumentati del 4% del valore della transazione che è stata rifiutata, così come stabilito dall’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019.

Tramite la comparazione con il valore della transazione si intende commisurare la sanzione in ragione dell’importo relativamente al quale viene rifiutato il pagamento attraverso strumenti elettronici.

E’ da sottolineare che il comportamento tipico non è quello di non dotarsi di un POS (Point of Sale) per consentire il pagamento elettronico, bensì la mancata accettazione di questo strumento di pagamento.

E’ da precisare, inoltre, che per le sanzioni riguardanti le violazioni in questione trovano applicazione sia le procedure che i termini previsti dalla Legge n. 689 del 24 novembre 1981, tuttavia, viene esplicitamente esclusa l’applicazione del pagamento in misura ridotta di cui all’art. 16 della Legge stessa.

Chi dovrà controllare le violazioni?

Alla constatazione delle violazioni sono chiamati a provvedere, ai sensi dell’art. 13, comma 4, della Legge n. 689 del 24 novembre 1981, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria, nonché gli organi che, ai sensi dell’art. 13, comma 1, della Legge stessa, sono preposti al controllo sull’osservanza delle disposizioni per la violazione delle quali è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro.

L’autorità competente a ricevere la relazione riguardante le violazioni in argomento è il Prefetto  del territorio nel quale le stesse hanno avuto luogo, come stabilito dell’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019. Infine è da tenere presente che l’art. 23, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 interviene a modificare il comma 4 dell’art. 15 del Decreto Legge n. 179 del 18 ottobre 2012 procedendo a sostituire le parole “carte di debito e di credito” con le parole “carte di pagamento, relativamente ad almeno una carta di debito e una carta di credito”.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Come scegliere la miglior polizza per la casa

Quando si valuta una polizza per la casa, obbligatoria o meno che sia, non è mai un’operazione semplice e richiede la valutazione di una serie di informazioni al fine di capire quale è il prodotto migliore che offre il mercato.

I fattori che determinano la scelta della polizza per la casa

Dato che esistono un’infinità di coperture per la casa come quelle che si possono trovare su http://www.polizzecasa.net/, è bene informarsi in modo attento su ciò che prevede il contratto per scegliere la polizza che più si adatta alle nostre esigenze.

Il primo errore da evitare assolutamente è quello di provare a risparmiare rinunciando a quelle coperture che invece sono di primaria importanza. È meglio spendere altro tempo per ricercare la combinazione migliore tra garanzie complete e prezzo. Per capire come confrontarle non c’è che da valutare quello che serve ed il budget a disposizione.

La prima cosa da fare è invece valutare le caratteristiche principali della propria casa e del luogo in cui sorge. Ha tubature vecchie? Si trova a portata di mano dei ladri? Vi sono custoditi degli oggetti antichi o di valore? C’è poi da considerare se l’abitazione è inserita in un condominio o si tratta di una villetta indipendente, se è abitata sempre oppure occasionalmente.

Assicurazioni per la casa

I rischi da valutare per le coperture assicurative

Un altro rischio da valutare è dato dal vicinato, sia relativamente ai rischi che può provocare ma anche in base a quelli che potremmo provocare noi. Se esistono dubbi relativi a questioni di proprietà o vi sono delle controversie, allora una garanzia per la tutela legale potrebbe rivelarsi davvero preziosa per affrontare con serenità qualsiasi evento si possa presentare.

C’è da sapere che le assicurazioni casa, in caso di danni, provvedono a stabilire le cause attraverso una perizia. Se da questa emerge che i danni sono causati da colpa o dolo del proprietario di casa o del convivente, non ci sarà nessun risarcimento. Anche in caso di negligenza, come lasciare sigarette accese o le chiavi sulla porta di casa, non vi sarà alcuna copertura da parte della compagnia assicurativa.

Se abbiamo scelto una polizza per la casa che copre i danni all’immobile e alle sue mura, non potremo certo aspettarci un risarcimento per danni al contenuto della casa, a meno che non sia stato specificato nel contratto. L’importante è quindi valutare con estrema attenzione le condizioni ed i termini del contratto, perché sono gli elementi che definiscono la polizza.

Alcune nozioni fondamentali quando si sottoscrive una polizza

L’indennizzo altro non è che la somma che l’assicurazione riconosce a chi stipula la polizza quando si verifica il danno. Il massimale è invece la cifra massima che la compagnia esborsa in caso di danno specifico previsto dalla polizza, mentre la franchigia è la parte di danno che resta a carico dell’assicurato. Se i danni sono inferiori alla franchigia, non saranno risarciti. Infine esiste il premio che corrisponde al costo della polizza. Il suo pagamento può essere annuale oppure frazionabile.

   

Redazione Economiapertutti.com
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Lavanderia self service: idee per aprire un’attività

Una buona idea per una nuova attività è la lavanderia automatica (self service). Non è infatti difficile vederne molte negli ultimi tempi, soprattutto nelle grandi città. Questo perché molte persone hanno necessità di lavare ed asciugare i propri vestiti in tempi rapidi, soprattutto cappotti e maglioni, ma anche coperte e piumoni. Le lavanderie automatiche sono facili da gestire, non richiedono un grande investimento e si possono creare in autonomia, anche nella forma del franchising.

Tra le idee per aprire un’attività, le lavanderie a gettoni o lavanderie self-service sono delle attività idonee soprattutto per chi è alle prime armi. Esse possono essere molto utili sia a chi le gestisce, sia a chi le utilizza.

Si sono diffuse negli Stati Uniti già da tempo, infatti non è difficile vedere film con scene girate proprio in locali di questo tipo; anche in Italia si inizia ad apprezzare questo servizio sempre di più. In fondo, è comodo lavare i panni senza dover sentire la centrifuga o averli asciutti senza dover aprire lo stendino, soprattutto per chi abita in un monolocale in centro, o per chi lavora fino a tardi. Molte lavanderie automatiche, difatti, rimangono aperte anche in orario serale.

Quindi, se questo campo ti interessa e vuoi capire come diventare imprenditore senza troppi rischi, questo è il settore giusto per mettersi in proprio. E chissà che un giorno non si riesca ad aprire una filiera di lavanderie.

Lavanderia self service a gettoni

Cosa fare per aprire una lavanderia self service a gettoni

Su Bloomestlaundry.it si possono trovare molte informazioni utili per l’avvio di questa attività. Scegliere Bloomest come partner significa essere seguiti passo dopo passo. Le prime cose che servono per capire come mettere in pratica un’idea per aprire un’attività di lavanderia self-service sono:

  • avere un locale commerciale proprio o da affittare;
  • lavatrici e asciugatrici;
  • distributori automatici per detersivi, ammorbidenti o igienizzanti per bucato;
  • un’area dove i clienti possano sedersi, leggere in totale relax, magari con un distributore di alimenti e bevande;
  • una connessione internet;
  • macchine per il pagamento;
  • macchine per cambiare i gettoni;
  • un commercialista per seguire l’apertura e la gestione dell’attività. Bloomest segue l’iter burocratico al posto vostro;
  • un finanziamento per avviare la lavanderia a gettoni.

Si deve poi pensare alla localizzazione geografica del locale (da questo dipende molto), da acquistare o da affittare, che non dovrà comunque essere inferiore ai 30 metri quadri. Segue poi un investimento relativo alla sicurezza (telecamere e allarmi), agli impianti necessari (elettrico, idraulico e fognario), il tutto seguendo le disposizioni di legge.

Con quante lavatrici partire e quali contratti attivare

Il numero di lavatrici e asciugatrici da acquistare, o prendere in comodato d’uso, dipende molto dallo spazio a disposizione. In genere 3 lavatrici con 2 asciugatrici sono il minimo indispensabile per iniziare. Andrà anche studiata la collocazione delle altre attrezzature come i distributori di detersivi e le macchinette per cambiare i gettoni.

Comprando dei macchinari professionali nuovi c’è il vantaggio di poter usufruire di un lungo periodo di assistenza, eventualmente stipulando un contratto per la manutenzione, a meno che non la si sappia fare da soli. Infine, c’è da coprire l’attività con delle polizze ad hoc. Furto e incendio sono senza dubbio una buona forma di tutela contro questi rischi ad alta probabilità. Mentre l’assicurazione civile contro terzi è obbligatoria per ogni attività commerciale. Sono molte informazioni da processare, ma sono tutte necessarie all’avvio di un’attività che poi occuperà molto meno tempo di quanto crediate. Il primo requisito, in ogni caso, è sempre la buona volontà.

   

Redazione Economiapertutti.com
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Commercio di legname a Milano: cosa comprare e dove

Commercio di legname: come scegliere il venditore

Il commercio di legname a Milano vanta una lunga tradizione, come si evince dalla quantità di punti vendita (specializzati o meno, produttori o meno) che consentono di acquistare prodotti lignei. Certo, ciò potrebbe provocare un certo disorientamento nel cliente che si trova a decidere tra questo o quel venditore.

Dunque, è bene fare il punto sui criteri che dovrebbero muovere questa scelta.

  • L’offerta. Un venditore, o un produttore, capace di predisporre un’offerta ampia e variegata certamente merita fiducia. Ovviamente, verificate se all’interno di questa offerta è presente proprio il prodotto che state cercando.
  • I feedback. É forse il criterio più importante. Prendere in considerazione l’opinione di clienti ed ex clienti consente di maturare un’opinione sul venditore/produttore quanto più vicina alla realtà. Tra l’altro, la ricerca e l’analisi dei feedback è oggi facilitata dalla presenza online che caratterizza buona parte dei venditori e dei produttori (anche nel settore del legname).
  • Il know-how. Spesso è la storia a parlare per un venditore o un produttore. Una realtà che è presente sul mercato da molti anni, o addirittura da decenni, ha giocoforza maturato un know-how significativo, che in questo caso è una garanzia di qualità.
Case e parquet in legno

Commercio di legname a Milano: un consiglio

Se state cercando un’impresa impegnata nel commercio di legname a Milano, vi troverete a scegliere tra molti nomi importanti o, perché no, piccole imprese che però hanno dimostrato di stare bene sul mercato. Tuttavia, c’è una realtà che spicca sulle altre: la Enrico Comotti S.p.A.

A ben vedere questa solida realtà presenta tutti quei tratti che rendono un venditore/produttore meritevole di fiducia. Propone un’offerta eccellente sotto il profilo della quantità, della varietà e della qualità. Inoltre, oltre a produrre e vendere prodotti lignei, è impegnata nel settore edilizio ed offre servizi di progettazione. I feedback, online e offline, sono estremamente positivi e di gran lunga superiori alla media. Infine, ha alle spalle una storia lunga quasi un secolo, che – come abbiamo anticipato nel paragrafo precedente – è sinonimo di qualità.

Cosa vende la Enrico Comotti

La Enrico Comotti S.p.A. è leader nel commercio di legname a Milano e provincia. L’offerta, lo abbiamo già detto, è incredibilmente ampia. Di seguito presentiamo alcuni dei prodotti di punta, spiegando in quali casi vanno acquistati e offrendo qualche spunto sul loro utilizzo.

  • I truciolari. La linea comprende pannelli di compensato di vario spessore (da 3 a 5 mm) e dimensione fissa (120 x 250 cm), afferenti alla tipologia “oriented strand board”, che suggerisce una composizione multistrato. Possono essere utilizzati per la realizzazione di pareti interne, in sostituzione del più debole e deperibile cartongesso.
  • I pannelli per l’edilizia. La linea comprende pannelli a tre strati realizzati con varie tipologie di legno (in primis conifera). Godono di una certa valenza strutturale, dunque possono essere impiegati per la realizzazione di fabbricati in legno. Anche perché gli strati vengono incollati per mezzo dell’alta pressione e con leganti capaci di resistere all’acqua e agli alcoli.
  • I segati. Questa linea è molto eterogenea e comprende semplici travi piuttosto che morali, travi, travetti, smezzole e persino listelli in abete. Gli usi sono i più disparati e comprendono anche la costruzione dei fabbricati. Richiedono comunque un trattamento ulteriore: il grado di rifinitura è infatti volutamente basso, in modo da garantire una certa versatilità al prodotto.
   

Redazione Economiapertutti.com
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La storia del trading di valute: ecco come è nato il Forex

Tanti si sono chiesti quando sia nato veramente il Forex: ebbene, si tratta di un sistema finanziario che ha radici molto lontane nel tempo, fino ad arrivare al Medioevo, quando comincia ad essere utilizzato dalle principali potenze del Vecchio Continente per rendere più rapida la diffusione del commercio di valuta all’interno dei suoi confini e verso il Medio Oriente.

Devono ancora arrivare, però, le date che cambieranno la storia del trading di valute e che hanno fatto da capostipite per la nascita di piattaforme moderne e intuitive come https://www.lecriptovalute.org. Il 1875, ad esempio, è stata una di queste. Prima di quell’anno, infatti, i vari pagamenti internazionali avvenivano sfruttando oro e argento come elementi di scambio. I tassi di cambio furono ridefiniti completamente da parte delle intese di Bretton Woods, mentre è il 1947 quando entra in azione il Fondo Monetario. In questo periodo il dollaro americano va a incidere sul prezzo dell’oro, che viene stabilito intorno a 35 dollari l’oncia.

Storia forex

La prima Guerra Mondiale e i vari standard americani

L’ok definitivo da parte degli Usa a mantenere un livello costante e fisso del prezzo di acquisto e vendita dell’oro arriva proprio in quegli anni. Le diverse economie che si trovano sui mercati devono necessariamente adattarsi e cominciare fare leva sul dollaro americano come standard. La principale conseguenza dell’accettazione di tale situazione è che la valuta americana assuma un ruolo predominante in tutto il mondo. Una situazione totalmente opposta rispetto allo standard aureo, che finisce in picchiata proprio nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Sono state proprio le intese raggiunte a Bretton Woods ad avere un ruolo di primo piano nello sviluppo del trading di valute. Stiamo facendo riferimenti ad accordi che vennero siglati nel 1944 e che portarono il dollaro americano ad essere il più importante standard di convertibilità, prendendo il posto dell’oro. Il dollaro americano comincia così ad acquisire un ruolo sempre più importante sui mercati finanziari. Le intese sigillate a Bretton Woods tra FMI e Banca Mondiale hanno dei chiari obiettivi: primo fra tutti quello di realizzare e sviluppare una stabilità internazionale a livello monetario. In sostanza si voleva evitare di correre il rischio che i diversi Paesi potessero scambiare moneta senza alcun tipo di costo.

Da Bretton Woods fino al 1971

Bretton WoodsCorreva il 1971 quando tutti gli accordi di Bretton Woods di colpo cedono ed ecco che si viene a creare quello che è stato definito il cambio di valuta moderno. Esattamente da questo momento parte anche la storia moderna del Forex. Un trading di valute che ha riscontrato una crescita veramente impressionante, fino a toccare i 70 miliardi di dollari qualche anno fa. In realtà, però, ciò che ha cambiato veramente la possibilità di fare trading, e di conseguenza accumulare dei profitti sul mercato forex, è stata la diffusione di internet. Prima di questo evento, era un’attività esclusivamente confinata a chi ne avesse le possibilità: quindi, a importanti investitori, fondi di investimento e banche d’affari. Con il web, invece, si sono cominciati a diffondere i forex broker online che hanno permesso di estendere tale opportunità praticamente a tutti, visto che è sufficiente una semplice connessione a internet e un computer per poter accedere a tale mercato.

   

Redazione Economiapertutti.com
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Esclusi da tassazione i canoni di locazione non incassati

Nella Legge di conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, noto come “Decreto Crescita”, è contenuta una disposizione che modifica l’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in materia di imposizione fiscale dei redditi di locazione di immobili abitativi non incassati dal locatore.

Nello specifico:

  • la norma fino a questo momento vigente prevedeva che i canoni non incassati non concorressero alla formazione del reddito solamente dal momento del termine del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità;
  • la nuova norma prevede invece la detassazione dal momento dell’ingiunzione di sfratto oppure dall’intimazione di pagamento, tuttavia, per specifica previsione contenuta nella stessa, troverà applicazione ai contratti di locazione stipulati dal 1 gennaio 2020.

L’imposizione fiscale per competenza dei redditi fondiari

In base a quanto stabilito dall’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in linea di principio, i redditi fondiari concorrono alla formazione del reddito complessivo dei soggetti che ne sono titolari, indipendentemente dall’effettivo incasso.

Di conseguenza, anche nel caso in cui il locatario non provveda al pagamento dei canoni, il locatore è in ogni caso tenuto a dichiarare i redditi da locazione da questi derivanti.

In ogni caso questa norma è soggetta ad un’eccezione relativamente ai contratti di locazione di immobili abitativi.

L’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, come fino a questo momento vigente, prevedeva, infatti, che, nel caso in cui il locatario di un immobile abitativo non provveda al pagamento dei canoni di locazione dovuti al locatore, quest’ultimo è in ogni caso tenuto a dichiararli ugualmente fino al momento in cui non giunga a termine il procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del locatario.

A titolo di esempio, se un locatario non ha provveduto al pagamento dell’affitto nell’anno 2018, ma in data 30 aprile 2019 il locatore ottiene la convalida di sfratto, nel Modello Redditi Persone Fisiche 2019 ha la possibilità di dichiarare solamente la rendita dell’immobile abitativo.

Al contrario, se, pur non avendo incassato i canoni di locazione nell’anno 2018, il locatore non ottiene la convalida di sfratto entro la scadenza del termine per la presentazione del Modello Redditi Persone Fisiche 2019, egli dovrà provvedere a dichiarare in ogni caso i canoni non incassati, ma gli spetterà un credito di imposta una volta ottenuta la convalida di sfratto.

L’anzidetta deroga alla imposizione fiscale dei redditi fondiari stabilita dal secondo periodo dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi è operativa solamente per i contratti di locazione di immobili abitativi, mentre per quanto riguarda i contratti di locazione di immobili commerciali rimane valida la norma generale disposta dall’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi in base alla quale i redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo dei soggetti che ne sono titolari”.

La detassazione anticipata

La modificazione dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi effettuata dalla Legge di conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019 è rivolta a variare proprio l’anomalia sopra rappresentata, operante per i contratti di locazione di immobili abitativi.

Nello specifico, la nuova norma concede al locatore di escludere dalla imposizione fiscale i redditi provenienti da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non incassati, con il vincolo che il mancato incasso sia documentato, in alternativa:

  • dall’intimazione di sfratto per morosità;
  • dall’ingiunzione di pagamento.

Come chiarito nel Dossier Illustrativo del Servizio Studi della Camera del 20 giugno 2019, il locatore che non abbia incassato canoni di locazione potrà “usufruire della detassazione dei canoni non percepiti senza dover attendere la conclusione del procedimento di convalida di sfratto, ma provandone la mancata corresponsione in un momento antecedente, ovvero mediante l’ingiunzione di pagamento o l’intimazione di sfratto per morosità”.

La tassazione separata

E’ stata aggiunta una disposizione in base alla quale, ai canoni non incassati dal locatore nei periodi d’imposta di riferimento ed incassati in periodi d’imposta successivi viene applicata la tassazione separata stabilita all’art. 21 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, con le regole previste per i redditi percepiti a titolo di rimborso di imposte, o di oneri dedotti dal reddito complessivo oppure per i quali si è fruito della detrazione in periodi di imposta precedenti.

Conseguentemente nel suddetto Dossier è riportato “per tali redditi l’imposta è determinata applicando all’ammontare percepito l’aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del contribuente nel biennio anteriore all’anno in cui essi sono percepiti”.

La decorrenza

A seguito di apposita volontà legislativa, la nuova formulazione dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi avrà applicazione per i contratti stipulati dal 1 gennaio 2020.

Il riferimento alla stipula del contratto fa sorgere qualche dubbio circa l’applicabilità della nuova disposizione ai contratti prorogati dal 1 gennaio 2020.

Oltre a ciò, la nuova disposizione non avrà influenza sulla redazione del modello Redditi Persone Fisiche 2020, relativo ai redditi dell’anno 2019.

La norma transitoria L’art. 3-quinquies, comma 2, del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019 convertito, evidenzia che, per i contratti redatti prima della data di entrata in vigore della nuova disposizione, rimane fermo il riconoscimento di un credito di imposta di uguale importo rispetto alle imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non incassati come da accertamento avvenuto nell’ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Fatture elettroniche: chiarimenti Agenzia Entrate

L’art. 11 del Decreto Legge n. 119 del 23 ottobre 2018, ha modificato l’art. 21 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, stabilendo, per tutte le fatture elettroniche emesse a decorrere dallo scorso 1 luglio 2019:

  • l’obbligo di indicare nel documento la “data in cui è effettuata la cessione di beni o la prestazione di servizi ovvero data in cui è corrisposto in tutto o in parte il corrispettivo, sempreché tale data sia diversa dalla data di emissione della fattura”, art. 21, comma 2, lettera g-bis, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972;
  • la possibilità di emettere le fatture, comprese quelle elettroniche trasmesse tramite il Sistema di Interscambio, entro dieci giorni, poi aumentato a dodici giorni con la conversione in Legge n. 58 del 28 giugno 2019 del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, cosiddetto “Decreto Crescita”, dall’effettuazione dell’operazione, individuata ai sensi dell’art. 6, comma 4, primo periodo, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972.

Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019: operazioni rilevanti ai fini IVA

La Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 dell’Agenzia delle Entrate ha fornito il chiarimento che i nuovi termini stabiliti per l’emissione della fattura immediata non hanno modificato le norme relative alla fatturazione differita previste dall’art. 21, comma 4, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972. 

In ogni caso, qualora la norma richieda che venga indicato un riferimento certo al momento di esecuzione dell’operazione, come ad esempio nell’ipotesi in cui la consegna o la spedizione dei beni sia risultante da documento di trasporto, è prevista la possibilità di specificare una sola  data, ovvero, per le fatture elettroniche tramite Sistema di Interscambio, “la data dell’ultima operazione.

In relazione al citato art. 21 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, il quale prevede che tra le annotazioni che devono essere riportate nella fattura, sia indispensabile specificare la data di esecuzione dell’operazione, nel caso in cui risulti diversa da quella di emissione, l’Agenzia delle Entrate ha evidenziato che la data e l’orario di avvenuta trasmissione di una fattura elettronica siano attestate “inequivocabilmente e trasversalmente  dal Sistema di Interscambio.

Di conseguenza, è possibile consentire che, nel campo “Data” della sezione “Dati generali”  del file delle fatture elettroniche, debba essere indicata la data di esecuzione dell’operazione.

Questa data dovrà essere inoltre presa a riferimento per l’annotazione del documento,dal momento che l’art. 23 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972 stabilisce che le fatture emesse vengano annotate “entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione.

Rispetto alla normativa previgente, a decorrere dallo scorso 1 luglio 2019 non è più previsto che la fattura debba essere emessa in modalità contestuale,ossia entro le ore 24 dello stesso giorno, all’esecuzione dell’operazione, oppure di esigibilità dell’imposta, ma può essere effettuata nei dodici giorni successivi, dandone apposita evidenza.

I chiarimenti della Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 dell’Agenzia delle Entrate

L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019, ha anche fornito tutta una serie di chiarimenti in riferimento alle recenti variazioni normative in materia di fattura elettronica, tra le quali quelle apportate dal Decreto Legge n. 119 del 23 ottobre 2018, dando soluzione, in modo particolare, ai vari dubbi connessi all’obbligo di specificare, nel documento, la data di esecuzione dell’operazione, nel caso in cui fosse diversa da quella di emissione.

L’emissione della fatture elettroniche

In base alla Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 dal momento che “La data di emissione della fattura elettronica è la data riportata nel campo Data” della sezione Dati Generali” del file della fattura elettronica (…)”, è possibile consentire che la data indicata nel suddetto campo sia sempre e comunque la data di esecuzione dell’operazione, “in considerazione del fatto che per una fattura elettronica veicolata attraverso lo SdI, quest’ultimo ne attesta inequivocabilmente e trasversalmente (all’emittente, al ricevente e all’Amministrazione Finanziaria) la data (e l’orario) di avvenuta trasmissione”

Di conseguenza, nel caso in cui l’operatore decidesse di procedere all’emissione della fattura elettronica tramite il Sistema di Interscambio non entro le ore 24 del giorno dell’operazione, caso specifico della fattura immediata, ma in uno dei susseguenti dodici giorni previsti dall’art. 21, comma 4, primo periodo, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, la data del documento dovrà in ogni caso coincidere con la data dell’operazione e i dodici giorni indicati potranno essere usufruiti per la trasmissione del file della fattura elettronica al Sistema di Interscambio.

Nella Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 viene esposto l’esempio di una cessione eseguita in data 28 settembre 2019, in riferimento a questa operazione, viene specificato che la fattura “immediata” che comprova la cessione in argomento, potrà, in alternativa:

  • venire emessa, ovvero generata ed inviata al Sistema di Interscambio, lo stesso giorno, così che “data dell’operazione” e “data di emissione” corrispondano ed il campo “Data” della sezione “Dati Generali”  venga redatto con il medesimo valore, 28 settembre 2019;
  • venire generata il giorno dell’operazione e trasmessa al Sistema di Interscambio entro i dodici giorni susseguenti, in ipotesi il 10 ottobre 2019, con valorizzazione della data della fattura, campo “Data” della sezione “Dati Generali” del file, coincidente con la data dell’operazione, in ipotesi il 28 settembre 2019;
  • venire generata ed inviata al Sistema di Interscambio in uno qualsiasi dei giorni intercorrenti tra l’operazione, 28 settembre 2019, ed il termine ultimo di emissione, 10 ottobre 2019, con valorizzazione della data della fattura, campo “Data” della sezione “Dati Generali”  del file, coincidente con la data dell’operazione, 28 settembre 2019.
Fattura elettronica digitale

Sicuramente si tratta di una semplificazione molto attesa, che, come evidenziato dall’Amministrazione Finanziaria, permetterà di eliminare “ulteriori costi operativi in termini di revisione dei sistemi gestionali”.

In ogni caso è necessario evidenziare come i suddetti termini non vengano applicati alle fatture cartacee, oppure a quelle elettroniche non trasmesse tramite il Sistema di Interscambio, in relazione alle quali la Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 specifica che il documento che attesta l’operazione deve contenere entrambe le date, la data di esecuzione dell’operazione e la data di emissione della fattura.

Un ulteriore importante chiarimento contenuto nella Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 è  quello in base al quale la possibilità di emettere le fatture, comprese quelle elettroniche trasmesse attraverso il Sistema di Interscambio, entro dodici giorni dall’esecuzione dell’operazione, riguarda soltanto le fatture immediate, dal momento che per quelle differite rimane applicabile la disposizione stabilita dall’art. 21, comma 4, lettera a), del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, in base al quale “per le cessioni di beni la cui consegna o spedizione risulta da documento di trasporto o da altro documento idoneo a identificare i soggetti tra i quali è effettuata l’operazione ed avente le caratteristiche determinate con Decreto del Presidente della Repubblica 14 agosto 1996, n. 472, nonché per le prestazioni di servizi individuabili attraverso idonea documentazione, effettuate nello stesso mese solare nei confronti del medesimo soggetto, può essere emessa una sola fattura, recante il dettaglio delle operazioni, entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione delle medesime”.

Nella Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 viene presentato l’esempio di un’operazione costituita da tre cessioni documentate da Documenti di trasporto effettuate in data 2 settembre 2019, 10 settembre 2019 e 28 settembre 2019, per le quali si intende procedere all’emissione di un’unica fattura differita.

In questa ipotesi, specifica l’Agenzia delle Entrate, “si potrà generare ed inviare la stessa al Sistema di Interscambio in uno dei qualsiasi giorni intercorrenti tra il 1° ed il 15 ottobre 2019, valorizzando la data della fattura (campo Data” della sezione Dati generali” del file) con la data dell’ultima operazione, 28 settembre 2019”.

Dalla precisazione si evince, perciò, che la data indicata nella fattura elettronica è quella correlata all’ultima operazione eseguita nel mese di riferimento, mentre la data di trasmissione al Sistema di Interscambio deve avvenire nell’intervallo temporale che intercorre tra il 1° ed il 15 del mese susseguente a quello di riferimento.

Oltre a ciò viene evidenziato che niente varia per quanto riguarda i più ampi termini di emissione della fattura previsti da speciali disposizioni, quali, a titolo di esempio, quelli fissati dal Decreto Ministeriale del 18 novembre 1976, nel caso di operazioni eseguite da imprese per il tramite di sedi secondarie o di altre dipendenze, che non procedono direttamente all’emissione dei documenti, ovvero dall’art. 35-bis del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972 nel caso di eredi di un professionista.

L’annotazione delle fatture elettroniche emesse

L’art. 12 del Decreto Legge n. 119 del 23 ottobre 2018 ha modificato l’art. 23 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, specificando che, a far data dal 24 ottobre 2018, “il contribuente deve annotare in apposito registro le fatture emesse, nell’ordine della loro numerazione, entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione delle operazioni e con riferimento allo stesso mese di effettuazione delle operazioni. Le fatture di cui all’articolo 21, comma 4, terzo periodo, lettera b), sono registrate entro il giorno 15 del mese successivo a quello di emissione e con riferimento al medesimo mese.

A tale scopo, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019, ha evidenziato che la numerazione e la registrazione del documento devono sempre permettere di “rinvenire con chiarezza il mese di riferimento (ossia di effettuazione dell’operazione)”, in riferimento al quale verrà effettuata la liquidazione dell’imposta.

Tornando all’esempio approfondito in precedenza, si avrà che la fattura emessa il 10 ottobre 2019, per un’operazione del 28 settembre 2019, potrà essere annotata entro il 15 ottobre 2019 con riferimento al precedente mese di settembre, ed andrà a concorrere alla relativa liquidazione dell’Iva, ad esempio per i soggetti che operano con periodicità mensile, entro il 16 ottobre 2019 con riferimento a settembre 2019.

Questa novità potrebbe, però, implicare alcuni problemi pratici nel caso in cui, per rimanere allo stesso esempio, precedentemente al 10 ottobre 2019, data di trasmissione della fattura inerente ad un’operazione di settembre 2019, ne venissero trasmesse altre, relative ad operazioni susseguenti, ad esempio una fattura del 1 ottobre 2019, attinente ad un’operazione eseguita nella stessa data.

Agenzia Entrate fatture elettroniche

In questa situazione, l’Agenzia delle Entrate suggerisce di impiegare “una specifica codifica  che permetta la corretta attribuzione dell’imposta nel periodo di riferimento, ovvero la messa in uso di registri sezionali, oppure di altri procedimenti ritenuti idonei.

Nella Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019, l’Agenzia delle Entrate specifica che il nuovo termine di annotazione delle fatture emesse ha valenza generale, e quindi riguarda anche quelle differite di cui all’art. 21, comma 4, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, con la sola esclusione delle triangolazioni nazionali, cessioni di beni eseguite dal cessionario nei confronti di un soggetto terzo per il tramite del proprio cedente, le cui fatture, emesse entro il mese susseguente a quello della consegna o di spedizione dei beni, potranno essere annotate entro il giorno 15 del mese successivo a quello di emissione e con riferimento allo stesso mese.

Sempre in relazione all’art. 23 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, nella Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 si sottolinea come la norma prosegua a prevedere che, “per ciascuna fattura devono essere indicati il numero progressivo e la data di emissione.

In considerazione dello scopo della disposizione, orientata alla corretta liquidazione dell’imposta, la data da riportare nel registro delle fatture emesse è quella indicata nel campo “Data” della sezione “Dati Generali” del file della fattura elettronica, avendo la stessa piena coerenza con l’esecuzione dell’operazione e, di conseguenza, con l’esigibilità dell’imposta.

La suddetta indicazione deve intendersi valida anche per quanto riguarda le ipotesi di fattura cartacea oppure di fattura extra Sistema di Interscambio.

La registrazione degli acquisti

L’art. 13 del Decreto Legge n. 119 del 23 ottobre 2018, ha modificato l’art. 25 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, abolendo l’obbligo previgente di “numerare in ordine progressivo le fatture e le bollette doganali relative ai beni e ai servizi acquistati o importati nell’esercizio dell’impresa, arte o professione” : mentre non è stata, invece, apportata alcuna modifica all’ulteriore obbligo stabilito dall’art. 25 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, vale a dire di annotare in un apposito registro le fatture relative a tali acquisti e di assegnare un ordine progressivo alle registrazioni.

In riferimento all’obbligo abolito, ossia quello di “numerare in ordine progressivo le fatture” , la Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 specifica che, nel caso in cui la numerazione delle fatture risulti tuttavia utile all’organizzazione imprenditoriale o professionale, il contribuente potrà proseguire alla numerazione dei documenti riguardanti gli acquisti compiuti, fermo restando l’obbligo di annotare in un apposito registro le fatture corrispondenti a tali acquisti e di assegnare un ordine progressivo alle registrazioni.

La detrazione dell’Iva

L’art. 14 del Decreto Legge n. 119 del 23 ottobre 2018 ha apportato significanti modificazioni all’art. 1, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 100 del 23 marzo 1998, in materia di detrazione Iva, disponendo che per le fatture ricevute ed annotate entro il giorno 15 del mese seguente a quello di esecuzione dell’operazione, è possibile esercitare il diritto alla detrazione entro il 16 del mese susseguente a quello in cui l’imposta è diventata esigibile.

La suddetta possibilità non è, però, consentita per i documenti di acquisto riguardanti operazioni eseguite nell’anno precedente.

Oltre a ciò, ai fini del regolare esercizio del diritto alla detrazione, è indispensabile che siano soddisfatti i richiamati requisiti, ovverosia la ricezione e l’annotazione della fattura.

A titolo di esempio, per quanto riguarda un’operazione del 28 settembre 2019, documentata mediante fattura emessa il 10 ottobre 2019, ricevuta il 12 ottobre 2019 ed annotata entro il giorno 15 ottobre 2019, il diritto alla detrazione potrà essere esercitato con riferimento al mese di settembre 2019.

Al contrario, nel caso in cui un’operazione eseguita del mese di dicembre 2019 venisse documentata con una fattura ricevuta ed annotata nel mese di febbraio 2020, il diritto alla detrazione potrà essere esercitato con riferimento al mese di effettivo ricevimento e di effettiva annotazione del documento.

Nella Circolare n. 14/E del 17 giugno 2019 viene, ulteriormente, evidenziato che le modificazioni introdotte in tema di detrazione Ivadal Decreto Legge n. 119 del 23 ottobre 2018 riguardano tutte le fatture emesse, siano esse elettroniche trasmesse al Sistema di Interscambio oppure su altri canali, e si applicano anche ai soggetti che liquidano l’imposta con periodicità trimestrale. A titolo di esempio, per quanto riguarda un’operazione eseguita il 28 settembre 2019, documentata mediante fattura emessa il 10 ottobre 2019, ricevuta il 12 ottobre 2019 ed annotata entro il giorno 15 ottobre 2019, il diritto alla detrazione potrà essere esercitato con riferimento al terzo trimestre 2019.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Enti del Terzo Settore: proroga al 30 giugno 2020 per gli adeguamenti statutari

L’art. 43, comma 4-bis, del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, introdotto in sede di conversione in Legge del citato Decreto, proroga dal 3 agosto 2019 al 30 giugno 2020 la scadenza per apportare le modifiche necessarie per l’adeguamento degli atti costitutivi e degli statuti alle disposizioni previste dall’art. 101, comma 2, del Decreto Legislativo n. 117 del 03 luglio 2017, “Codice del Terzo Settore” e dall’art. 17, comma 3, del Decreto Legislativo n. 112 del 20 luglio 2017, “Riforma dell’Impresa Sociale”.

In sostanza viene disposto che: “In deroga a quanto previsto dall’articolo 101, comma 2, del codice del Terzo Settore, di cui al Decreto Legislativo n. 117 del 3 luglio 2017, i termini per l’adeguamento degli statuti delle Bande Musicali, delle Organizzazioni non Lucrative di Utilità Sociale, delle Organizzazioni di Volontariato, e delle Associazioni di Promozione Sociale sono prorogati al 30 giugno 2020. Il termine per il medesimo adeguamento da parte delle Imprese Sociali, in deroga a quanto previsto dall’articolo 17, comma 3, del Decreto Legislativo n. 112 del 3 luglio 2017, è differito al 30 giugno 2020”.

Le Organizzazioni di Volontariato (ODV), le Associazioni di Promozione Sociale (APS) e le Organizzazioni non Lucrative di Utilità Sociale (ONLUS) avranno tempo fino al 30 giugno 2020, in luogo del precedente termine del 03 Agosto 2019, per modificare ed adeguare i propri statuti, usufruendo delle maggioranze semplificate previste per l’assemblea ordinaria, allo scopo di recepire le nuove inderogabili disposizioni oppure per inserire clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni derogabili attraverso apposita clausola statutaria di adeguamento.

Onlus ed imprese sociali

Alle suddette organizzazioni, previste dall’art. 101, comma 2, del Decreto Legislativo n. 117 del 03 luglio 2017, vengono aggiunte anche le Bande Musicali, che precedentemente non erano interessate da questa scadenza.

Sempre allo scopo di modificare ed adeguare gli statuti con maggioranze semplificate, una particolare riapertura dei termini, viene accordata anche alle Imprese Sociali, i cui termini per le modifiche statutarie agevolate sono scaduti il 20 gennaio 2019, così come disponeva il Decreto Legislativo n. 112 del 20 luglio 2017.

Quanto sopra, in sintesi, è ciò che ha stabilito l’art. 43 del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, cosiddetto “Decreto Crescita”, convertito dalla Legge n. 58 del 28 giugno 2019, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 29 giugno 2019.

Quella disposta dal “Decreto Crescita” convertito rappresenta la seconda proroga dei termini per ODV, APS e ONLUS dopo che con il Decreto Legislativo n. 105 del 3 agosto 2018 erano già stati posticipati dal 3 febbraio al 3 agosto 2019 i limiti temporali per i suddetti adeguamenti semplificati.

Le Organizzazioni di Volontariato (ODV), le Associazioni di Promozione Sociale (APS) e le Organizzazioni non Lucrative di Utilità Sociale (ONLUS)

In conseguenza della proroga prevista dal Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, le Organizzazioni di Volontariato (ODV), le Associazioni di Promozione Sociale (APS) e le Organizzazioni non Lucrative di Utilità Sociale  (ONLUS) avranno tempo fino al 30 giugno 2020 per modificare ed adeguare i propri statuti con le maggioranze semplici, almeno per adeguarsi alle nuove inderogabili disposizioni previste dal Codice del Terzo Settore, di cui al Decreto Legislativo n. 117 del 03 luglio 2017.

Per le ODV, le APS e le ONLUS gli adeguamenti statutari apportabili usufruendo delle maggioranze semplificate previste per l’assemblea ordinaria, allo scopo di recepire le nuove inderogabili disposizioni oppure di inserire clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni derogabili attraverso apposita clausola statutaria di adeguamento, avrebbero dovuto essere effettuati entro il 3 Agosto 2019, vale a dire entro i 24 mesi successivi dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 117 del 03 luglio 2017 avvenuta il 03 agosto 2017.

Al momento attuale, in conseguenza dell’entrata in vigore della Legge di Conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019,le suddette modifiche potranno continuare, salvo deroghe statutarie, ad essere effettuate con le maggioranze semplici previste dall’art. 21, comma 1, del Codice Civile ovvero con deliberazioni valide, in seconda convocazione, qualunque risulti il numero degli intervenuti, ferma restando la necessità dell’atto pubblico per gli statuti degli Enti  in possesso di personalità giuridica, così come previsto dalla Circolare n. 20 del 27 dicembre 2018 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Le Bande Musicali

Alle anzidette Organizzazioni (Organizzazioni di Volontariato, Associazioni di Promozione Sociale  e Organizzazioni non Lucrative di Utilità Sociale), previste dall’art. 101, comma 2, del Decreto Legislativo n. 117 del 03 luglio 2017, che devono provvedere all’adeguamento dello statuto con procedura semplificata, vengono aggiunte le Bande Musicali, che in precedenza non risultavano interessate da questa scadenza.

Infatti una delle novità previste dalla Legge di conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019 riguarda l’introduzione fra gli Enti che potranno usufruire di maggioranze assembleari semplificate, anche delle “Bande Musicali” (associazioni musicali, corali e bandistiche) che, se  non fossero regolamentate nella struttura di APS, senza l’intervento previsto dal Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, non avrebbero potuto usufruire di alcun beneficio per quanto riguarda le modifiche statutarie.

Infatti le circa 6.000 bande musicali esistenti in Italia sono generalmente regolamentate nella forma di associazioni non riconosciute, raramente come APS, e come tali non facenti parte di quegli Enti, iscritti in appositi registri ai quali l’art. 101, comma 2, del Codice del Terzo Settore acconsentiva un adeguamento statutario agevolato.

Le Imprese Sociali

Sempre per quanto riguarda le modifiche statutarie con maggioranze semplificate, una specifica riapertura dei termini viene concessa anche alle Imprese Sociali di cui al Decreto Legislativo n. 112 del 30 luglio 2017, i cui termini per le modifiche statutarie agevolate sono scaduti il 20 gennaio 2019, come in tal senso prevedeva il suddetto Decreto Legislativo. Anche le Imprese Sociali, al pari degli Enti del Terzo Settore, avrebbero potuto, entro il suddetto termine del 20 gennaio 2019, modificare ed adeguare gli statuti con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria allo scopo di adeguarli alle nuove inderogabili disposizioni oppure di introdurre clausole che escludono l’applicazione di nuove disposizioni, derogabili attraverso apposita clausola statutaria.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Cedolare secca sui fabbricati commerciali: adottabile anche se il locatario è imprenditore

La Legge di Bilancio 2019, con l’art. 1, comma 59, ha ampliato il regime della cedolare secca alle locazioni, redatte nell’anno 2019, aventi ad oggetto i fabbricati commerciali identificati in categoria C/1, (“Negozi e botteghe”) e di superficie inferiore a 600 mq.

Nel conteggio dei 600 mq, che rappresentano il limite per poter applicare la cedolare secca alle locazioni commerciali, non devono essere computate le pertinenze che, tuttavia, possono avere accesso all’imposta sostitutiva a condizione che siano locate unitamente al fabbricato principale.

Oltre al limite riguardante la categoria catastale e la superficie, la cedolare secca sulle locazioni commerciali è applicabile solamente ai contratti redatti nell’anno 2019, di conseguenza rimangono esclusi dal regime speciale della cedolare secca i contratti di locazione che risultavano già in corso nell’anno 2018.

La Risoluzione n. 50/E del 17/05/2019 dell’Agenzia delle Entrate ha specificato che  possono avere accesso al regime della cedolare secca i contratti per le locazioni di fabbricati di categoria catastale C/1, aventi superficie inferiore a 600 mq, redatti a decorrere dal 01/01/2019, anche se stipulati con locatari che esercitano attività commerciale, sia come persone fisiche che come soggetti societari.

Viceversa, rimangono immutate le limitazioni riguardanti la figura del locatore, che deve obbligatoriamente essere una persona fisica che non agisce nell’esercizio dell’attività d’impresa o di arti e professioni, così come già indicato dalla Circolare n. 26/E del 01/06/2011 dell’Agenzia delle Entrate.

Rimanendo nel contesto della suddetta Risoluzione, viene confermata l’esclusione dal regine della cedolare secca dei contratti di locazione di fabbricati ad uso abitativo redatti con locatari che effettuano l’operazione nell’esercizio di attività di impresa e/o di lavoro autonomo.

La cedolare secca sui fabbricati commerciali

Nello specifico, l’estensione della cedolare secca ha delle limitazioni per quanto riguarda due aspetti:

  • sotto l’aspetto della classificazione catastale, che deve essere esclusivamente di categoria C/1 (“Negozi e botteghe”), infatti rimangono escluse tutte le altre categorie catastali relative a fabbricati strumentali: ad esempio, non possono accedere alla cedolare i fabbricati ad uso ufficio (categoria catastale A/10), i laboratori (categoria catastale C/3) ed i fabbricati strumentali adibiti esclusivamente ad attività artigianali o industriali (categoria catastale D);
  • sotto l’aspetto della superficie, che deve essere inferiore a 600 mq., infatti nel calcolo della superficie che costituisce il limite per poter applicare la cedolare secca non devono essere conteggiate le pertinenze, tuttavia, anche queste ultime possono accedere all’imposta sostitutiva a condizione che vengano locate unitamente al fabbricato principale.

Per quanto riguarda l’identificazione delle pertinenze, che possono essere locate unitamente al fabbricato di categoria “negozi o botteghe” con applicazione della cedolare secca, la Circolare n. 8/E del 10/04/2019 dell’Agenzia delle Entrate conferma il riferimento solamente alle pertinenze di categoria catastale C/2 (“magazzini e locali di deposito”), C/6 (“stalle, scuderie, rimesse, autorimesse”) e C/7 (“tettoie chiuse od aperte”).

Oltre alle limitazioni riguardanti la categoria catastale e la superficie, la “nuova cedolare secca” sulle locazioni commerciali evidenzia un ulteriore ed importante limite: può essere applicata solamente ai contratti stipulati nell’anno 2019.

Per questo motivo, la cedolare secca non potrà essere applicata a nessun contratto di locazione di fabbricati commerciali già in corso nell’anno 2018.

Inoltre la norma stabilisce che non possono avere accesso all’imposta sostitutiva i contratti stipulati nell’anno 2019 nel caso in cui, alla data del 15/10/2018 risultasse in corso un contratto non scaduto tra gli stessi soggetti e per il medesimo fabbricato, che fosse stato oggetto di risoluzione anticipata rispetto alla scadenza contrattuale.

Cedolare fabbricati industriali

La suddetta previsione ha un evidente fine antielusivo,volendo evitare che dei soggetti che abbiano già un contratto in corso si possano accordare per risolverlo anticipatamente per poi redigerne uno nuovo che possa beneficiare dell’applicazione della “nuova cedolare secca”.

In relazione ai contratti di locazione di fabbricati commerciali, la cedolare secca trova applicazione unicamente con l’aliquota ordinaria del 21% da calcolarsisul canone di locazione annuale stabilito per il contratto di locazione, senza nessuna riduzione.

Oltre gli aspetti sopra esposti, specificatamente stabiliti dall’art. 1, comma 59, della Legge di Bilancio 2019, per quanto riguarda tutti gli altri aspetti, la cedolare secca trova applicazione, anche alle locazioni commerciali di fabbricati di categoria C/1, stipulate nell’anno 2019, in base alla disciplina stabilita dall’art. 3 del Decreto Legislativo n. 23 del 14/03/2011.

Di conseguenza non si rilevano variazioni, in relazione, ad esempio:

  • alla natura soggettiva del locatore, che deve operare al di fuori dell’esercizio dell’impresa, per questo motivo la locazione origina redditi fondiari;
  • all’esercizio dell’opzione, che deve essere effettuata al momento della registrazione e deve essere preceduta dalla spedizione della raccomandata con la quale il locatore rinuncia all’aggiornamento dei canoni;
  • alle modalità di versamento dell’imposta sostitutiva.

Le caratteristiche del locatario

Si rende in ogni caso necessaria una puntualizzazione con specifico riferimento alle caratteristiche del locatario.

A tale proposito, l’Agenzia delle Entrate, solamente per quanto riguarda i fabbricati abitativi, ha specificato che, “tenuto conto che la norma consente l’applicazione della cedolare secca solo per gli immobili abitativi locati con finalità abitative, escludendo quelle effettuate nell’esercizio di un’attività di impresa, o di arti e professioni, occorre porre rilievo, al fine di valutare i requisiti di accesso al regime, anche all’attività esercitata dal locatario ed all’utilizzo dell’immobile locato”.

Quindi, secondo l’Agenzia delle Entrate, vengono esclusi dal campo di applicazione della norma i contratti di locazione stipulati con locatari che operano nell’esercizio di attività di impresa o di lavoro autonomo, a prescindere dalla successiva utilizzazione del fabbricato per fini abitativi di collaboratori e dipendenti (Circolare n. 26/E del 01/06/2011).

Invece, per quanto riguarda le locazioni di fabbricati commerciali, con la Risoluzione n. 50/E del 17/05/2019, l’Agenzia delle Entrate ha specificato che il regime della cedolare secca è applicabile indipendentemente dall’attività esercitata dal locatario del fabbricato, in quanto la nuova disposizione riguarda la locazione di fabbricati di categoria catastale C/1 (negozi e botteghe), ossia di locali per l’esercizio di attività commerciale di vendita e/o rivendita di prodotti.

In conseguenza della suddetta specificazione, ilregime della cedolare secca può avere applicazione anche ai contratti di locazione relativi a fabbricati di categoria C/1 redatti con un locatario esercente attività commerciale indipendentemente dal fatto che si tratti di persona fisica oppure di soggetto passivo Iva.

Rimanendo nell’ambito della suddetta Risoluzione, viene confermata l’esclusione dalla cedolare   secca ai contratti di locazione di fabbricati ad uso abitativo stipulati con locatari che effettuano l’operazione nell’esercizio di attività di impresa e/o di lavoro autonomo.

La decisione adottata dall’Agenzia delle Entrate, che con consente di applicare il regime della cedolare secca alle locazioni nelle quali il locatario del fabbricato abitativo sia un’impresa, non è, tuttavia, condivisa dalla giurisprudenza di merito.

  Gli orientamenti della giurisprudenza  

Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia – Sentenza del 04/11/2014 n. 470/3/14 Secondo la Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, Sentenza del 04/11/2014 n. 470/3/14, la cedolare secca può trovare applicazione nel caso in cui il locatario del fabbricato abitativo sia un’impresa che lo affitta per ospitarvi i dipendenti, cosiddetti “fabbricati ad uso foresteria”. Infatti i Giudici hanno evidenziato che la norma non stabilisce nessun requisito in capo al locatario, che, pertanto, può essere sia una persona fisica che un’impresa, mentre, invece, richiede esplicitamente che il locatore sia una persona fisica.
Commissione Tributaria Provinciale di Milano -Sentenza del 17/04/2015 n. 3529/25/15 Secondo la Commissione Tributaria Provinciale di Milano, Sentenza del 17/04/2015 n. 3529/25/15, può usufruire del regime della “cedolare secca” la persona fisica che concede in locazione un’unità immobiliare a destinazione abitativa, anche se il locatario è una società, dal momento che le indicazioni in senso opposto, fornite dall’Agenzia delle Entrate nella richiamata Circolare n. 26/E del 01/06/2011, non trovano riscontro nel disposto normativo e non sono quindi vincolanti per il contribuente.
Commissione Tributaria Provinciale di Firenze – Sentenza del 20/09/2018 n. 812/2/18 La Commissione Tributaria Provinciale di Firenze Sentenza del 20/09/2018 n. 812/2/18, ritenendo giustificati i rilievi presentati dal contribuente, ha rilevato che il locatore del fabbricato ad uso abitativo, che non opera nell’esercizio di attività d’impresa, ha correttamente esercitato il proprio diritto di optare per il regime facoltativo d’imposizione a lui riservato quale persona fisica titolare del diritto di proprietà dell’unità immobiliare abitativa locata, a nulla rilevando che il conduttore del fabbricato in parola fosse una società cooperativa e non un’altra persona fisica. Infatti, ad avviso della Commissione Giudicante il regime di tassazione da adottare deriva unicamente dalla destinazione dell’immobile come nel caso di specie per un fabbricato avente ad oggetto un contratto di locazione ad uso abitativo.

Le regole da seguire per gestire la cedolare secca per i fabbricati commerciali

L’applicazione del regime della cedolare secca, anche per quanto riguarda la locazione dei fabbricati commerciali, viene richiesta al momento della registrazione del contratto di locazione.

Con il Provvedimento n. 64442 del 19/03/2019 dell’Agenzia delle Entrate, è stata approvata l’ultima versione del modello RLI, utilizzabile già dal 20/03/2019 e che è entrato a regime dal 20/05/2019, allo scopo di includere la possibilità, introdotta dalla Legge di Bilancio 2019, di poter optare per lo speciale regime della cedolare secca per le locazioni commerciali di fabbricati classificati nella categoria C/1 di superficie inferiore a 600 mq.

L’utilizzo del modello RLI

  • Richiesta della registrazione dei contratti di locazione e di affitto di beni immobili conteggiando le relative imposte ed eventuali interessi e sanzioni.
  • Comunicazione di proroghe, cessioni, subentri e risoluzioni di contratti di locazione e di affitto di beni immobili, conteggiando le relative imposte, nel caso siano dovute, ed eventuali interessi e sanzioni.
  • Esercizio o revoca dell’opzione per la cedolare secca, anche in relazione ai contratti aventi ad oggetto unità immobiliari di categoria catastale C/1 e relative pertinenze.
  • Comunicazione dei dati catastali a norma dell’art. 19, comma 15, del Decreto Legge n. 78 del 31/05/2010.
  • Effettuazione della contestuale registrazione dei contratti di affitto dei terreni e degli annessi “titoli pac”, sostituendo il modello 69 per queste particolari casistiche.
  • Presentazione di denunce relative ai contratti di locazione non registrati, ai contratti di locazione con canone superiore a quello registrato oppure ai contratti di comodato fittizi.
  • Registrazione dei contratti di locazione con previsione di canoni di importi differenti per le diverse annualità.
  • Registrazione dei contratti di locazione a tempo indeterminato.
  • Effettuazione del ravvedimento operoso.
  • Gestione della comunicazione della risoluzione oppure della proroga tardiva in caso di cedolare secca.
  • Registrazione dei contratti di locazione di pertinenze concesse con atto separato rispetto all’immobile.

Si ricorda che, fino all’emanazione dell’anzidetto Provvedimento n. 64442 del 19/03/2019 dell’Agenzia delle Entrate, per i contratti di locazione aventi per oggetto fabbricati commerciali classificati C/1, l’opzione per la cedolare secca era possibile solamente presentandosi direttamente presso un ufficio territoriale, dal momento che il “vecchio modello RLI” non era compatibile con tale novità normativa.

Attualmente, a seguito delle variazioni apportate al modello RLI dal citato Provvedimento, è possibile poter optare per la cedolare secca sui fabbricati commerciali presentando in via telematica il nuovo modello.

Dall’esame dell’anzidetta Circolare n. 8/E del 10/04/2019 dell’Agenzia delle Entrate, è possibile dedurre che al locatore viene in ogni caso riconosciuta la possibilità di esercitare l’opzione in esame anche in un secondo tempo rispetto alla registrazione del contratto, a condizione che il contratto venga redatto nell’anno 2019. A tale proposito, l’Agenzia delle Entrate, conferma che: “qualora non sia stata esercitata l’opzione in sede di registrazione del contratto, è possibile accedere al regime della cedolare secca per le annualità successive, esercitando l’opzione entro il termine previsto per il versamento dell’imposta di registro dovuta annualmente sull’ammontare del canone relativo a ciascun anno (30 giorni dalla scadenza di ciascuna annualità). Entro lo stesso termine è possibile revocare l’opzione per il regime della cedolare secca”.

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com

Fattura semplificata: elevata a 400,00 euro la soglia per l’emissione

L’art. 21-bis del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972 concede l’opportunità di osservare l’obbligo di fatturazione, così come disciplinato dall’art. 21 dello stesso Decreto, attraverso l’emissione, limitatamente ad alcune tipologie di operazioni, di una fattura “semplificata”, in alternativa a quella “ordinaria”.

Nello specifico, tale disposizione del Testo Iva stabilisce la possibilità di poter emettere la fattura in forma semplificata nel caso di:

  • documenti che hanno un ammontare complessivo non superiore ad una soglia stabilita;
  • fatture rettificative, senza limitazioni di importo, a norma dell’art. 26 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972.

Con il Decreto Ministeriale del 10/05/2019 – fattura semplificata, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha previsto l’elevazione da 100,00 a 400,00 euro della soglia per l’emissione della fattura semplificata.

Il Decreto è entrato in vigore il 24/05/2019, data della relativa pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 120 del 24/05/2019.

Con decorrenza dalla suddetta data, in alternativa al documento “ordinario” può essere pertanto emesso quello “semplificato” anche per un ammontare complessivo non superiore a 400,00 euro.

Fattura elettronica

Come riportato nella relazione esplicativa del Decreto, la sopraindicata innovazione:

  • è stata prevista per permettere ai soggetti passivi di optare per l’utilizzazione della fattura semplificata emessa in formato XML in sostituzione dello scontrino elettronico;
  • non dell’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica causa preclusione all’attività di verifica che risulta consolidata dall’introduzione;
  • non varia le rimanenti disposizioni previste dall’art. 21-bis del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972 (come ad esempio il divieto di utilizzazione della fattura semplificata in riferimento alle cessioni intracomunitarie ed alle operazioni non soggette ad Iva per assenza del requisito della territorialità di cui all’art. 21, comma 6-bis, lettera a), del citato D.P.R.).

L’estensione delle ipotesi di utilizzazione della fattura semplificata assume specifica rilevanza per i soggetti Ivache effettuano operazioni al dettaglio, ai sensi dell’art. 22 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972, e che dovranno effettuare la memorizzazione elettronica e la trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri a norma dell’art. 2, comma 1, del Decreto Legislativo n. 127 del 05/08/2015 (vedi Decreto Ministeriale del 10/05/2019 – esoneri).

Infatti i suddetti soggetti potrebbero optare di documentare tramite fattura semplificata un maggior numero di operazioni, risultando di conseguenza esonerati, per le operazioni stesse, dai nuovi adempimenti di memorizzazione e di trasmissione telematica (vedi Risposta Interpello n. 149 del 21/05/2019 dell’Agenzia delle Entrate).

Il contenuto della fattura semplificata

Nella fattura semplificata devono essere riportate almeno le informazioni indicate nella tabella che segue:

Dati relativi al documento Data di emissione.
Numero progressivo che identifichi il documento in modo univoco.
Dati del cedente o prestatore Ditta, denominazione o ragione sociale; Nome e cognome; Residenza o domicilio;
Dati del cessionario o committente Ditta, denominazione o ragione sociale; Nome e cognome; Residenza o domicilio;
In alternativa, il numero di partita Iva/codice fiscale; oppure, in caso di soggetto stabilito in altro Stato membro, il numero di identificazioneai fini Iva;
  Dati relativi all’operazione   Descrizione dei beni ceduti e dei servizi resi.
Ammontare del corrispettivo complessivo e dell’imposta incorporata; oppure, in alternativa, i dati che consentono di conteggiarla (ad esempio corrispettivo di 73,20 euro, di cui 13,20 euro di Iva; oppure corrispettivo di 73,20 euro, inclusa Iva 22%).

Nell’ipotesi in cui il cedente/prestatore oppure il cessionario/committente non residenti abbiano nominato un rappresentante fiscale oppure siano in possesso di una stabile organizzazione, nella fattura devono essere indicati anche i relativi dati.

Le semplificazioni

Le semplificazioni previste risultano essere, nello specifico, quelle di seguito indicate:

  • possibilità di identificare il cessionario o committente tramite la sola partita Iva oppure il solo codice fiscale, se il soggetto risulta stabilito nel territorio dello Stato, oppure tramite l’identificativo Iva assegnato dallo Stato membro UE, in caso di soggetto passivo stabilito nell’Unione Europea, come stabilito dall’art. 21-bis, comma 1, lettera e), del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972, anziché attraverso l’indicazione della ditta, della denominazione o ragione sociale, del nome e cognome, della residenza o del domicilio, necessitanti, per la fattura “ordinaria”, come stabilito dall’art. 21 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972;
  • possibilità di riportare la sola descrizione dei beni ceduti, in alternativa alla natura, qualità e quantità degli stessi, come stabilito dall’art. 21-bis, comma 1, lettera f), del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972;
  • possibilità di indicare l’ammontare del corrispettivo complessivo e della relativa imposta incorporata, oppure dei dati occorrenti per calcolarla, senza la necessità di riportare in maniera separata la base imponibile, come stabilito dall’art. 21-bis, comma 1, lettera g), del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972.

Il limite di importo per l’emissione della fattura semplificata

Per le operazioni effettuate fino al 23 maggio 2019, la fattura semplificata si sarebbe potuta emettere in relazione:

  • alle operazioni di ammontare complessivo non superiore a 100,00 euro;
  • alle variazioni dell’imponibile o dell’imposta, a prescindere dal loro ammontare, stabilite dall’art. 26 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972.

Con decorrenza dal 24 maggio 2019, a seguito dell’avvenuta pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Ministeriale del 10 maggio 2019, è stata elevata da 100,00 a 400,00 euro la soglia per l’emissione della fattura semplificata, così come previsto dall’art. 21-bis, comma 3, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972.

In conformità a quanto stabilito dall’art. 238 della Direttiva n. 2006/112/CE, ai fini di questa modifica, si è resa necessaria la preventiva consultazione del Comitato Iva.

Le esclusioni

Come risulta evidenziato nella relazione illustrativa al Decreto Ministeriale del 10/05/2019, anche in conseguenza dell’elevazione della soglia a 400,00 euro, rimangono invariate le altre disposizioniricomprese nell’art. 21-bis del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972.

Di conseguenza, la fattura semplificata non può essere emessa, in base a quanto stabilito dall’art. 21-bis, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972, per le tipologie di operazioni di seguito indicate:

  • cessioni intracomunitarie ex art. 41 del Decreto Legge n. 331 del 30/08/1993, in quanto,  in questa ipotesi, nella fattura deve essere riportata l’annotazione che si tratta di “operazione non imponibile”;
  • cessioni di beni o prestazioni di servizi di cui agli articoli 7 e 7-septies del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972, effettuate da un soggetto passivo Iva stabilito in Italia verso un soggetto passivo Iva comunitario debitore d’imposta, a condizione che si tratti di operazioni diverse da quelle esenti di cui all’art. 10, comma 1, numeri da 1 a 4 e numero 9, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972. per le quali, nella fattura, deve essere riportata l’annotazione “inversione contabile”.

Non è, invece, prevista alcuna limitazione per quanto riguarda le cessioni all’esportazione e le operazioni assimilate, sebbene, in questo caso, esistano delle limitazioni di natura pratica per la compilazione della fattura semplificata.

Non sono previste limitazioni neppure per le operazioni territorialmente rilevanti in Italia anche se effettuate nei confronti di soggetti Ue o extra Ue.

Continua, invece, la possibilità di poter emettere la nota di variazione seguendo le modalità semplificate, senza vincolo alcuno per quanto riguarda l’importo.

L’aggiornamento delle specifiche tecniche per l’e-fattura

In data 27/05/2019 è stato proceduto all’aggiornamento delle specifiche tecniche allegate al Provvedimento n. 89757 del 30/04/2018 dell’Agenzia delle Entrate, riguardanti l’emissione della fattura elettronica, allo scopo di poter adeguare i controlli che il Sistema di Interscambio esegue sulle fatture semplificate.

In base a questa modifica, il SdI procederà a verificare che, nel caso di fatture semplificate, emesse con indicazione nel campo “Tipo documento” del codice “TD07”, il valore dell’elemento “Importo”, oppure la sommatoria dei valori di questo elemento, se presente più volte, non superi il nuovo limite di 400,00 euro.

Nell’ipotesi in cui si verifichi il superamento della soglia, la fattura verrà, di conseguenza, scartata con codice errore “00460”.

Questo tipo di verifica non opera, invece, nel caso in cui venga emessa una nota di variazione con modalità semplificate.

I possibili vantaggi per i commercianti al dettaglio

L’estensione delle ipotesi di utilizzazione della fattura semplificata assume particolare rilevanza per i soggetti Iva che realizzano operazioni al dettaglio ai sensi dell’art. 22 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26/10/1972, e che dovranno procedere agli adempimenti della memorizzazione elettronica e della trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri ai sensi dell’art. 2, comma 1, del Decreto Legislativo n. 127 del 05/08/2015. Infatti i suddetti soggetti potrebberoscegliere di documentare attraverso la fattura semplificata un maggior numero di operazioni, risultando in tal modo esonerati, per le operazioni stesse, dai nuovi adempimenti di memorizzazione e di trasmissione telematica (vedi Risposta Interpello n. 149 del 21/05/2019 dell’Agenzia delle Entrate).

   

Paolo Chiari
Commercialista – Revisore Contabile
paolo.chiari@studiochiari.com